Raggiungiamo Gorka e Ximena, che hanno facce uguali alle nostre. Anche loro hanno sentito i passi lungo le scale.
“Che facciamo?”, domanda Ximena.
“Che vuoi che facciamo, ormai siamo in trappola” , le risponde Gorka all’istante . “Scendiamo dagli scaloni principali!”, propone lei lanciandomi uno sguardo carico dell’ultima speranza.
“Non possiamo, ce ne sono altri giú ad aspettarci”, le dico a testa bassa mentre scuoto il capo con rassegnazione. Ci guardiamo intensamente tutti e tre, come a prendere atto della fine della nostra corsa. I passi si sentono piú vicini. All’improvviso, alle nostre spalle, un suono metallico ci fa girare di soprassalto. Vediamo Nik, attaccato alla grata che occlude l’accesso al tempio, mentre usa il machete come fosse una sega.
Gorka sta per lasciarsi sfuggire un no! troppo ad alta voce quando lo blocco stringendogli l’avanbraccio. Il vikingo danese fa saltare due degli agganci che tengono ferma la rete metallica e riesce a sollevarla di poco tirandola verso l’esterno. Ximena é la prima ad acquattarsi e a scivolare dall’altra parte, seguita da Gorka, dopo un attimo di esitazione. Poi Nik mi fa cenno con la testa di passare, ed io mi infilo mandando avanti le gambe mentre con le braccia sostengo la rete per permettere anche a lui di arrivare dall’altra parte. Non appena l’eco indistinto delle voci dei guardiani inizia a rimbombare nell’oscuro corridoio ci appiattiamo nel primo angolo disponibile, appiccicati l’uno sull’altro. Nessuno respira. Quando le torce dei guardiani iniziano ad illuminare spasmodicamente gli interni del tempio ci comprimiamo fino all’inverosimile, occupando il minimo spazio possibile. Non possiamo parlarci, ma pensiamo tutti le stesse paure. Nik ha reciso la recinzione lo stretto necessario, ma a un occhio attento la cosa non sfuggirebbe. Le zanzare intanto infieriscono.
Le luci dei nostri aguzzini finalmente si rivolgono altrove, ma noi rimaniamo immobili, compatti. In queste situazioni non sai mai se è passata mezzora o cinque minuti, è un tempo lunghissimo, ma sempre troppo corto per venire allo scoperto. Alla fine è Gorka a rompere il silenzio.
“Secondo me sanno che siamo qui”, sussurra con uno strano tono di voce accompagnato da un ghigno nervoso che gli intravedo nella penombra.
“Come dici?”, gli faccio io mentre il mio udito riscopre le parole dopo il lungo ascolto del silenzio.
“Sì, lo sanno perfettamente”.
“E alllora se lo sanno perchè non vengono a prenderci?” gli domando spiazzato e spazientito.
Nik e Gorka guardano a scatti il botta e risposta come stessero assistendo ad una partita di ping-pong.
“Perché si stanno prendendo gioco di noi. Stanno giocando al gatto col topo, stanno aspettando che veniamo fuori da soli”.
Il tono di Gorka tradisce irrequietezza e paranoia. Lo stato di tensione prolungata deve averlo esaurito. Persino la famigerata tempra di un basco sembra venire meno davanti ad una situazione così convulsa ed assurda come quella in cui ci siamo cacciati. O forse è lui che ha un equilibrio fragile, che ne so io, in fondo lo conosco solo da cinque lunghissime ore. Tant’è, ma ormai il suo spauracchio è nell’aria, e bisogna farci i conti.
“E allora noi non ci muoviamo da qui, che siano loro a venirci a prendere quando si stancano di giocare”, proclamo con un tono di sfida in realtà diretto più verso Gorka ed i suoi vaticini che verso i guardiani.
“No, adesso basta” ribatte lui rivolgendo lo sguardo verso Ximena. “E’ inutile, tanto vale che usciamo fuori e la facciamo finita”, aggiunge mentre si alza in piedi e tende la mano a Ximena.
“Ma no, aspetta, non puoi mandare tutto a monte proprio adesso!”, reagisco io cercando di frenare il suo impeto.
“No, quello che ha mandato tutto a monte sei stato tu, quando sei sceso a farti la tua passeggiatina solitaria al centro della piazza!”, mi risponde con un rancore che non m’aspettavo. Spiazzato, cerco di mettere insieme qualche parola a mia difesa ma mi fermo davanti all’evidente indisposizione al dialogo della mia controparte. Doveva essere una frase che aveva medidato a lungo, durante il silenzio, una di quelle che non ammettono nessuna replica.
Mi giro verso Nik in cerca di supporto ma lui ha uno sguardo inespressivo, quasi assente. Forse non è riuscito a seguire il dialogo serrato in spagnolo, specie nella penombra che nasconde il labiale. Nel frattempo Ximena rompe il suo silenzio con un secco no e invece di seguire Gorka lo tira per il braccio costringendolo a rimettersi seduto. Quel no è l’ultima parola che riesco a capire. Da quel momento iniziano a parlare in basco, e quell’ammasso di consonanti indistinte produce il chiaro suono di una discussione. Io e Nik rimaniamo in silenzio, seduti l’uno a fianco all’altro, confortati al pensiero che se le nostre voci non ci hanno ancora traditi i guardiani devono essere ormai lontani. L’adrenalina inizia pian piano a scendere, mentre i due continuano a parlarsi faccia a faccia. Mi è impossibile capire anche solo una parola di quella lingua che viene da lontano, ma allo stesso tempo è come se riuscissi a cogliere perfettamente il senso di una dinamica che passa attraverso suoni e ritmi universali. La voce di Gorka perde gradualmente spazio, mentre quella di Ximena alterna un timbro sicuro ad improvvise pause che si trasformano in singhiozzi. In un tacito consenso io e Nik ci sdraiamo, quasi a volerci allontanare dalla situazione senza muoverci.
Il sonno sopraggiunge quasi subito, spesso come le mura della piramide che lo custodisce.
Riapro gli occhi con il rumore della zip del sacco a pelo di Nik che si richiude.
All’interno del tempio filtra una luce pallida, timorosa. Gorka e Ximena non ci sono più. Ci avviciniamo all’ingresso, senza parlare, e dopo una rapida occhiata ancora pigra ma già furtiva oltrepassiamo la rete. Gli interrogativi sulla sorte dei due si dissolvono all’istante davanti alla potenza dell’immagine che ci ritroviamo davanti. La città perduta di Tikal è tutta lì, nuda davanti a noi, circondata da una nebbia compatta che la nasconde al resto del mondo e la profuma di magia come fosse incenso. L’apparizione ancora una volta non sembra appartenere al passato, ma a un sacro ancora di là da venire. Uccelli d’ogni forma, volo e colore danno il buongiorno alla giungla con una sinfonia che le parole non sapranno mai raccontare. La contemplazione continua in movimento, mentre discendiamo lentamente gli scaloni fino a riscoprici piccoli piccoli ai piedi della piramide.
Un suono schioccante ci guida fino al tronco di un grande albero ben piantato a lato della piazza, dove scopriamo due tucani, uno ciascuno. Da lì ci inoltriamo nella giungla che ad ogni passo ci rivela resti di palazzi, piramidi ed altri frammenti di quel immensa città di cui la gran plaza era il centro pulsante. La mano dell’uomo e quella della natura si fondono e si confondono, sugellate da un tempo che ha saputo dar vita ad un unicum inscindibile. Continuiamo a camminare fino a raggiungere una collina che in realtà altro non è che la base piramidale del tempio IV, il più alto di tutta Tikal. In cima incontriamo i primi quattro visitatori, una coppia di tedeschi ed un altra di americani, appollaiati come tucani fin dalle prime ore in attesa che la nebbia si diradi regalandogli l’emozione dell’epifania di Tikal.
Gli americani ci salutano, cordiali, scambiando qualche battuta sul fatto che se la nebbia non scompare ci pentiremo di esserci svegliati così presto. Assentiamo senza troppa partecipazione, sentendoci piacevolmente complici di un segreto che loro non potranno mai immaginare. Poi, rapida come un tramonto, la nebbia inizia a scomparire, e noi fingiamo lo stupore che si finge davanti ad un regalo che si sapeva già di ricevere. Una sigaretta e poi giù, di nuovo verso la piazza, dove ci imbattiamo in decine di visitatori di una Tikal che già non è più la nostra. Sentiamo entrambi che è arrivato il momento di andar via, che ormai non c’é più niente da vedere, e dopo qualche foto di rito ci incamminiamo verso l’uscita.
Una volta fuori andiamo dritti verso la reception del camping per recuperare i nostri zaini e regalarci la meritata colazione.
C’è un problema però.
“Non posso consegnarvi gli zaini”, mormora l’addetto alla reception con un certo sguardo evasivo. “Dovete parlare con il boss”, aggiunge cercando di togliersi di dosso qualsivoglia responsabilità.
Ora, chi mi conosce sa bene che la mattina presto sono alquanto irritabile, preda di un’irascibilità che se ben stimolata può facilmente degenerare in atti di violenza, specie quando non ho ancora bevuto il caffè.
“Che vuol dire che non puoi restituirci gli zaini?”, gli domando con le sopracciglia arrugate mentre valuto con occhio maligno lo spessore e la consistenza della porta dello sgabuzzino che li custodisce. “Io non c’entro, sono solo gli ordini che mi hanno dato, adesso che arriva il padrone parlate direttamente con lui”, si difende l’ignavo. “E allora che si sbrighi ad arrivare”, lo incalzo senza alcuna pietá per il suo ruolo di mero esecutore, “perchè ho un autobus prenotato che mi parte fra dieci minuti e se lo perdo me lo ripaga lui di tasca sua”. Qualche minuto ed il capo si presenta, ed inizia a parlare con una dizione ed una professionalità che non mi aspettavo dal massimo responsabile di un camping.
“Ci hanno segnalato che nella giornata di ieri quattro persone non sono rientrate dall’area archeologica dopo l’orario di chiusura, e siccome voi avete lasciato qui gli zaini e non siete più tornati a riprenderli.. Passare la notte nell’area archeologica, oltre ad essere un reato, è estremamente pericoloso, perchè ci sono animali, insetti, rischi di frane..”
“Ma guardi che noi non abbiamo assolutamente passato la notte lì”, gli rispondo con prontezza, “siamo usciti all’orario di chiusura e abbiamo dormito in un paesino qui vicino, El Remate (meno male che m’era rimasto impresso sto’nome mentre venivamo qui!), e siccome sapevamo che saremmo tornati oggi per finire di visitare le rovine abbiamo voluto evitare di caricarci gli zaini”.
Perfetta meglio che se me la fossi studiata per un mese. Evviva l’improvvvisazione.
“E gli altri due dove sono?”, insiste il boss cercando di mantenere un profilo da interrogatorio. “E che vuole che ne sappia io, non sono mica nostri amici. Siamo soltanto arrivati con lo stesso bus, ed abbiamo lasciato insieme gli zaini”.
“Quindi siete andati soltanto voi due a dormire a El Remate?”
“Ma sì, le ripeto che quegli altri non erano nostri amici, e dopo aver lasciato gli zaini insieme non li abbiamo più rivisti.”
“Ma perchè non avete avvisato almeno la vostra amica, era molto preoccupata per voi. E’ stata lei ad avvisarci, perchè temeva che vi foste persi, e noi abbiamo anche avvisato le guardie del parco che ieri notte hanno perlustrato la zona per vedere se riuscivano a trovarvi.”
“La nostra amica? Ma di chi sta parlando? Torno a ripeterle che noi siamo venuti in due, ed in due vorremmo andar via, prima che parta il bus che abbiamo già prenotato.”
“Ma come di chi sto parlando, di una ragazza inglese, con gli occhiali, amica vostra. E’ stata lei ad avvertirci”.
In un’attimo mi arriva tutto il sangue agli occhi, anche se cerco di controllarmi e di dissimulare. Maledetta strega bianchiccia e occhialuta, infame spia d’oltremanica.
“Ma sì, ora ho capito di chi si tratta”, aggiungo in tono accondiscendente mentre Nik, che fino a quel momento ha spalleggiato la mia recitazione con un costante annuire, mi guarda confuso. “Ieri l’abbiamo persa di vista e non siamo riusciti ad avvisarla che andavamo a dormire al Remate. “E’un tipo un po’ apprensivo, ovvio che si sia preoccupata”.
“Sì, è anche ripassata qui stamattina presto e ci ha lasciato il suo zaino prima di andare a visitare le rovine. Se volete riincontrarla, certamente ripasserà di qui più tardi per riprenderlo..” “No, la ringrazio, il fatto è che come le dicevo abbiamo già prenotato un bus che partirà a momenti. Piuttosto, gli dico mentre fa’ cenno all’ignavo di cui sopra di aprire lo sgabuzzino, le lascio un messaggio nel suo zaino, in modo che possa rintracciarci”.
“Certo, guarda e’ proprio lì nell’angolo”, mi informa il boss con fare ormai zelante. Compressi nella tasca superiore di un classico zaino da viaggio riconosco gli alti spigoli della Lonely Planet. E’ proprio quel che voglio.
La manovra è rapida e decisa, tanto che sul momento neanche Nik se ne accorge.
La guida scivola facilmente nel tascone anteriore del mio zainone, dove trova subito il suo nuovo posto.
E no, non azzardatevi nemmeno a pensarlo. (Ma poi, chi siete voi?)
Toglietevi dalla testa questi avventati giudizi.
Nè ladro nè bugiardo.
Anzi, in realtà le ho fatto un regalo. Sul serio, l’ho fatto per lei. Sì, per la bianchiccia. Per liberarla da uno strumento che le poneva dei limiti. E magari per spingerla a scoprire la meraviglia del viaggio fai da te, che si lascia scrivere dal tratto unico ed inconfondibile che ognuno di noi possiede.
E va bene, l’ho fatto un po’ anche per me. Per dotarmi di uno strumento che mi ponga dei limiti. E che mi spinga a continuare a sfidarli, a superarli.
Per vivere un viaggio che nessun altro potrà mai raccontare.
Centroamerica, Ottobre 2009
p.s. Di Gorka e Ximena non ho più saputo niente, fino a quando non mi è arrivata la prima mail di Nik, rientrato in Europa circa un mese dopo Tikal.
La lettera terminava con due post scriptum. Nel primo Nik mi esortava a scrivere la storia della nostra notte nella città perduta dei Maya, e a tradurla in spagnolo in modo che anche lui potesse leggerla. Se c’è qualche hispanohablante interessato prego, che si faccia avanti!
Nella seconda mi diceva di aver rivisto Gorka all’aeroporto di Città del Messico.
Era in fila, in attesa di imbarcarsi sul volo per Madrid, da solo.
Quando Nik gli è passato davanti ha fatto finta di non vederlo.
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