Pubblicato da: antonico | febbraio 10, 2010

Viziosi

Come tutti gli altri uomini viziosi, il lettore ed il viaggiatore hanno un intero arsenale di giustificazioni per difendersi. Leggere e viaggiare, dicono, allarga la mente, stimola la fantasia, è altamente educativo. E così via. Questi sono argomenti pretestuosi; non convincono nessuno. Perchè, anche se è vero che per alcuni le letture e i viaggi senza scopo sono molto istruttivi, non è per questo motivo che la maggior parte dei lettori appassionati e dei viaggiatori nati indulgono ai loro gusti. Leggiamo e viaggiamo non per allargare e arricchire la nostra mente, ma per dimenticare piacevolmente la sua esistenza. Amiamo la lettura ed i viaggi perchè sono più deliziosi di tutti i surrogati del pensiero.

Per me viaggiare è decisamente un vizio. La tentazione di indulgervi è irresistibile, quasi come quella di leggere in maniera indiscriminata, onnivora e senza scopo. Ogni tanto, è vero, prendo la decisione incrollabile di emendarmi. Traccio programmi di letture serie e proficue; tento di trasformare i miei vagabondaggi in viaggi sistematici attraverso la storia dell’arte e della civiltà. Ma senza molto successo. Dopo un po’ricado nei miei vecchi errori. Deplorevole debolezza!
Cerco di consolarmi con la speranza che anche i miei vizi possano essermi di qualche utilità.

Aldous Huxley, Lungo la Strada

Pubblicato da: antonico | ottobre 10, 2009

LA NOTTE DI TIKAL – Terza parte

Raggiungiamo Gorka e Ximena, che hanno facce uguali alle nostre. Anche loro hanno sentito i passi lungo le scale.
“Che facciamo?”, domanda Ximena.
“Che vuoi che facciamo, ormai siamo in trappola” , le risponde Gorka all’istante . “Scendiamo dagli scaloni principali!”, propone lei lanciandomi uno sguardo carico dell’ultima speranza.
“Non possiamo, ce ne sono altri giú ad aspettarci”, le dico a testa bassa mentre scuoto il capo con rassegnazione. Ci guardiamo intensamente tutti e tre, come a prendere atto della fine della nostra corsa. I passi si sentono piú vicini. All’improvviso, alle nostre spalle, un suono metallico ci fa girare di soprassalto. Vediamo Nik, attaccato alla grata che occlude l’accesso al tempio, mentre usa il machete come fosse una sega.
Gorka sta per lasciarsi sfuggire un no! troppo ad alta voce quando lo blocco stringendogli l’avanbraccio. Il vikingo danese fa saltare due degli agganci che tengono ferma la rete metallica e riesce a sollevarla di poco tirandola verso l’esterno. Ximena é la prima ad acquattarsi e a scivolare dall’altra parte, seguita da Gorka, dopo un attimo di esitazione. Poi Nik mi fa cenno con la testa di passare, ed io mi infilo mandando avanti le gambe mentre con le braccia sostengo la rete per permettere anche a lui di arrivare dall’altra parte. Non appena l’eco indistinto delle voci dei guardiani inizia a rimbombare nell’oscuro corridoio ci appiattiamo nel primo angolo disponibile, appiccicati l’uno sull’altro. Nessuno respira. Quando le torce dei guardiani iniziano ad illuminare spasmodicamente gli interni del tempio ci comprimiamo fino all’inverosimile, occupando il minimo spazio possibile. Non possiamo parlarci, ma pensiamo tutti le stesse paure. Nik ha reciso la recinzione lo stretto necessario, ma a un occhio attento la cosa non sfuggirebbe. Le zanzare intanto infieriscono.
Le luci dei nostri aguzzini finalmente si rivolgono altrove, ma noi rimaniamo immobili, compatti. In queste situazioni non sai mai se è passata mezzora o cinque minuti, è un tempo lunghissimo, ma sempre troppo corto per venire allo scoperto. Alla fine è Gorka a rompere il silenzio.
“Secondo me sanno che siamo qui”, sussurra con uno strano tono di voce accompagnato da un ghigno nervoso che gli intravedo nella penombra.
“Come dici?”, gli faccio io mentre il mio udito riscopre le parole dopo il lungo ascolto del silenzio.
“Sì, lo sanno perfettamente”.
“E alllora se lo sanno perchè non vengono a prenderci?” gli domando spiazzato e spazientito.
Nik e Gorka guardano a scatti il botta e risposta come stessero assistendo ad una partita di ping-pong.
“Perché si stanno prendendo gioco di noi. Stanno giocando al gatto col topo, stanno aspettando che veniamo fuori da soli”.
Il tono di Gorka tradisce irrequietezza e paranoia. Lo stato di tensione prolungata deve averlo esaurito. Persino la famigerata tempra di un basco sembra venire meno davanti ad una situazione così convulsa ed assurda come quella in cui ci siamo cacciati. O forse è lui che ha un equilibrio fragile, che ne so io, in fondo lo conosco solo da cinque lunghissime ore. Tant’è, ma ormai il suo spauracchio è nell’aria, e bisogna farci i conti.
“E allora noi non ci muoviamo da qui, che siano loro a venirci a prendere quando si stancano di giocare”, proclamo con un tono di sfida in realtà diretto più verso Gorka ed i suoi vaticini che verso i guardiani.
“No, adesso basta” ribatte lui rivolgendo lo sguardo verso Ximena. “E’ inutile, tanto vale che usciamo fuori e la facciamo finita”, aggiunge mentre si alza in piedi e tende la mano a Ximena.
“Ma no, aspetta, non puoi mandare tutto a monte proprio adesso!”, reagisco io cercando di frenare il suo impeto.
“No, quello che ha mandato tutto a monte sei stato tu, quando sei sceso a farti la tua passeggiatina solitaria al centro della piazza!”, mi risponde con un rancore che non m’aspettavo. Spiazzato, cerco di mettere insieme qualche parola a mia difesa ma mi fermo davanti all’evidente indisposizione al dialogo della mia controparte. Doveva essere una frase che aveva medidato a lungo, durante il silenzio, una di quelle che non ammettono nessuna replica.
Mi giro verso Nik in cerca di supporto ma lui ha uno sguardo inespressivo, quasi assente. Forse non è riuscito a seguire il dialogo serrato in spagnolo, specie nella penombra che nasconde il labiale. Nel frattempo Ximena rompe il suo silenzio con un secco no e invece di seguire Gorka lo tira per il braccio costringendolo a rimettersi seduto. Quel no è l’ultima parola che riesco a capire. Da quel momento iniziano a parlare in basco, e quell’ammasso di consonanti indistinte produce il chiaro suono di una discussione. Io e Nik rimaniamo in silenzio, seduti l’uno a fianco all’altro, confortati al pensiero che se le nostre voci non ci hanno ancora traditi i guardiani devono essere ormai lontani. L’adrenalina inizia pian piano a scendere, mentre i due continuano a parlarsi faccia a faccia. Mi è impossibile capire anche solo una parola di quella lingua che viene da lontano, ma allo stesso tempo è come se riuscissi a cogliere perfettamente il senso di una dinamica che passa attraverso suoni e ritmi universali. La voce di Gorka perde gradualmente spazio, mentre quella di Ximena alterna un timbro sicuro ad improvvise pause che si trasformano in singhiozzi. In un tacito consenso io e Nik ci sdraiamo, quasi a volerci allontanare dalla situazione senza muoverci.
Il sonno sopraggiunge quasi subito, spesso come le mura della piramide che lo custodisce.
Riapro gli occhi con il rumore della zip del sacco a pelo di Nik che si richiude.
All’interno del tempio filtra una luce pallida, timorosa. Gorka e Ximena non ci sono più. Ci avviciniamo all’ingresso, senza parlare, e dopo una rapida occhiata ancora pigra ma già furtiva oltrepassiamo la rete. Gli interrogativi sulla sorte dei due si dissolvono all’istante davanti alla potenza dell’immagine che ci ritroviamo davanti. La città perduta di Tikal è tutta lì, nuda davanti a noi, circondata da una nebbia compatta che la nasconde al resto del mondo e la profuma di magia come fosse incenso. L’apparizione ancora una volta non sembra appartenere al passato, ma a un sacro ancora di là da venire. Uccelli d’ogni forma, volo e colore danno il buongiorno alla giungla con una sinfonia che le parole non sapranno mai raccontare. La contemplazione continua in movimento, mentre discendiamo lentamente gli scaloni fino a riscoprici piccoli piccoli ai piedi della piramide.
Un suono schioccante ci guida fino al tronco di un grande albero ben piantato a lato della piazza, dove scopriamo due tucani, uno ciascuno. Da lì ci inoltriamo nella giungla che ad ogni passo ci rivela resti di palazzi, piramidi ed altri frammenti di quel immensa città di cui la gran plaza era il centro pulsante. La mano dell’uomo e quella della natura si fondono e si confondono, sugellate da un tempo che ha saputo dar vita ad un unicum inscindibile. Continuiamo a camminare fino a raggiungere una collina che in realtà altro non è che la base piramidale del tempio IV, il più alto di tutta Tikal. In cima incontriamo i primi quattro visitatori, una coppia di tedeschi ed un altra di americani, appollaiati come tucani fin dalle prime ore in attesa che la nebbia si diradi regalandogli l’emozione dell’epifania di Tikal.
Gli americani ci salutano, cordiali, scambiando qualche battuta sul fatto che se la nebbia non scompare ci pentiremo di esserci svegliati così presto. Assentiamo senza troppa partecipazione, sentendoci piacevolmente complici di un segreto che loro non potranno mai immaginare. Poi, rapida come un tramonto, la nebbia inizia a scomparire, e noi fingiamo lo stupore che si finge davanti ad un regalo che si sapeva già di ricevere. Una sigaretta e poi giù, di nuovo verso la piazza, dove ci imbattiamo in decine di visitatori di una Tikal che già non è più la nostra. Sentiamo entrambi che è arrivato il momento di andar via, che ormai non c’é più niente da vedere, e dopo qualche foto di rito ci incamminiamo verso l’uscita.
Una volta fuori andiamo dritti verso la reception del camping per recuperare i nostri zaini e regalarci la meritata colazione.
C’è un problema però.
“Non posso consegnarvi gli zaini”, mormora l’addetto alla reception con un certo sguardo evasivo. “Dovete parlare con il boss”, aggiunge cercando di togliersi di dosso qualsivoglia responsabilità.
Ora, chi mi conosce sa bene che la mattina presto sono alquanto irritabile, preda di un’irascibilità che se ben stimolata può facilmente degenerare in atti di violenza, specie quando non ho ancora bevuto il caffè.
“Che vuol dire che non puoi restituirci gli zaini?”, gli domando con le sopracciglia arrugate mentre valuto con occhio maligno lo spessore e la consistenza della porta dello sgabuzzino che li custodisce. “Io non c’entro, sono solo gli ordini che mi hanno dato, adesso che arriva il padrone parlate direttamente con lui”, si difende l’ignavo. “E allora che si sbrighi ad arrivare”, lo incalzo senza alcuna pietá per il suo ruolo di mero esecutore, “perchè ho un autobus prenotato che mi parte fra dieci minuti e se lo perdo me lo ripaga lui di tasca sua”. Qualche minuto ed il capo si presenta, ed inizia a parlare con una dizione ed una professionalità che non mi aspettavo dal massimo responsabile di un camping.
“Ci hanno segnalato che nella giornata di ieri quattro persone non sono rientrate dall’area archeologica dopo l’orario di chiusura, e siccome voi avete lasciato qui gli zaini e non siete più tornati a riprenderli.. Passare la notte nell’area archeologica, oltre ad essere un reato, è estremamente pericoloso, perchè ci sono animali, insetti, rischi di frane..”
“Ma guardi che noi non abbiamo assolutamente passato la notte lì”, gli rispondo con prontezza, “siamo usciti all’orario di chiusura e abbiamo dormito in un paesino qui vicino, El Remate (meno male che m’era rimasto impresso sto’nome mentre venivamo qui!), e siccome sapevamo che saremmo tornati oggi per finire di visitare le rovine abbiamo voluto evitare di caricarci gli zaini”.
Perfetta meglio che se me la fossi studiata per un mese. Evviva l’improvvvisazione.
“E gli altri due dove sono?”, insiste il boss cercando di mantenere un profilo da interrogatorio. “E che vuole che ne sappia io, non sono mica nostri amici. Siamo soltanto arrivati con lo stesso bus, ed abbiamo lasciato insieme gli zaini”.
“Quindi siete andati soltanto voi due a dormire a El Remate?”
“Ma sì, le ripeto che quegli altri non erano nostri amici, e dopo aver lasciato gli zaini insieme non li abbiamo più rivisti.”
“Ma perchè non avete avvisato almeno la vostra amica, era molto preoccupata per voi. E’ stata lei ad avvisarci, perchè temeva che vi foste persi, e noi abbiamo anche avvisato le guardie del parco che ieri notte hanno perlustrato la zona per vedere se riuscivano a trovarvi.”
“La nostra amica? Ma di chi sta parlando? Torno a ripeterle che noi siamo venuti in due, ed in due vorremmo andar via, prima che parta il bus che abbiamo già prenotato.”
“Ma come di chi sto parlando, di una ragazza inglese, con gli occhiali, amica vostra. E’ stata lei ad avvertirci”.
In un’attimo mi arriva tutto il sangue agli occhi, anche se cerco di controllarmi e di dissimulare. Maledetta strega bianchiccia e occhialuta, infame spia d’oltremanica.
“Ma sì, ora ho capito di chi si tratta”, aggiungo in tono accondiscendente mentre Nik, che fino a quel momento ha spalleggiato la mia recitazione con un costante annuire, mi guarda confuso. “Ieri l’abbiamo persa di vista e non siamo riusciti ad avvisarla che andavamo a dormire al Remate. “E’un tipo un po’ apprensivo, ovvio che si sia preoccupata”.
“Sì, è anche ripassata qui stamattina presto e ci ha lasciato il suo zaino prima di andare a visitare le rovine. Se volete riincontrarla, certamente ripasserà di qui più tardi per riprenderlo..” “No, la ringrazio, il fatto è che come le dicevo abbiamo già prenotato un bus che partirà a momenti. Piuttosto, gli dico mentre fa’ cenno all’ignavo di cui sopra di aprire lo sgabuzzino, le lascio un messaggio nel suo zaino, in modo che possa rintracciarci”.
“Certo, guarda e’ proprio lì nell’angolo”, mi informa il boss con fare ormai zelante. Compressi nella tasca superiore di un classico zaino da viaggio riconosco gli alti spigoli della Lonely Planet. E’ proprio quel che voglio.
La manovra è rapida e decisa, tanto che sul momento neanche Nik se ne accorge.
La guida scivola facilmente nel tascone anteriore del mio zainone, dove trova subito il suo nuovo posto.
E no, non azzardatevi nemmeno a pensarlo. (Ma poi, chi siete voi?)
Toglietevi dalla testa questi avventati giudizi.
Nè ladro nè bugiardo.
Anzi, in realtà le ho fatto un regalo. Sul serio, l’ho fatto per lei. Sì, per la bianchiccia. Per liberarla da uno strumento che le poneva dei limiti. E magari per spingerla a scoprire la meraviglia del viaggio fai da te, che si lascia scrivere dal tratto unico ed inconfondibile che ognuno di noi possiede.
E va bene, l’ho fatto un po’ anche per me. Per dotarmi di uno strumento che mi ponga dei limiti. E che mi spinga a continuare a sfidarli, a superarli.
Per vivere un viaggio che nessun altro potrà mai raccontare.

Centroamerica, Ottobre 2009

p.s. Di Gorka e Ximena non ho più saputo niente, fino a quando non mi è arrivata la prima mail di Nik, rientrato in Europa circa un mese dopo Tikal.
La lettera terminava con due post scriptum. Nel primo Nik mi esortava a scrivere la storia della nostra notte nella città perduta dei Maya, e a tradurla in spagnolo in modo che anche lui potesse leggerla. Se c’è qualche hispanohablante interessato prego, che si faccia avanti!
Nella seconda mi diceva di aver rivisto Gorka all’aeroporto di Città del Messico.
Era in fila, in attesa di imbarcarsi sul volo per Madrid, da solo.
Quando Nik gli è passato davanti ha fatto finta di non vederlo.

Pubblicato da: antonico | settembre 25, 2009

LA NOTTE DI TIKAL – Parte seconda

Di fronte ai nostri occhi spalancati ed increduli, ombreggiata dalle ultime luci del tramonto, la Gran Plaza di Tikal, cuore del mondo Maya.
Le due imperiose piramidi che la delimitano si guardano, e così ci guardiamo anche noi, faccia a faccia, estasiati ed attoniti come fossimo i primi uomini moderni a ritrovarcela davanti.
A turno apriamo la bocca, ma non escono parole.
Non sembra esserci nessuno a guardia della piazza, ma decidiamo di concederci un po’di riposo nella nostra nuova residenza maya in attesa della completa oscurità.
E’ il luogo ideale per fare base, perchè ci rende completamente invisibili e allo stesso tempo ci permette di avere una panoramica completa della piazza. La osserviamo a lungo, godendoci le ultime trasformazioni del giorno in notte e cercando di scorgere la presenza di eventuali guardiani. Quando ormai abbiamo la certezza di essere gli unici esseri umani in circolazione decidiamo di muoverci verso la più alta delle due piramidi, il Tempio del Gran Giaguaro. Scendiamo dal nostro palazzo lungo ripidi e stretti scalini e dopo pochi passi ci ritroviamo alla base della piramide, che si staglia immensa e verticale sopra le nostre teste. Rimaniamo ad ammirarla a testa insù fin quando il collo non fa male. Un’onirica e matematica scalinata che sale dritta dritta verso un mondo di stelle.
Sapevo che la salita al tempio era stata chiusa alcuni anni prima in seguito alla morte di diversi visitatori precipitati dall’alto dei suoi 55 metri, ma decido di tenere per me l’informazione. Ignoro con nonchalanche il cartello che informa del divieto e mi inerpico lungo gli enormi e logori scaloni. Ogni scalone sembra più grande di quello precedente e dopo poco comincio istintivamente a salirli a quattro zampe, adottando la tecnica e le movenze che furono degli abitanti dell’antica Tikal. Una volta arrivato in cima faccio un lunghissimo respiro e mi volto. Lo spettacolo che mi appare davanti segna i limiti del linguaggio. Quando arrivano anche gli altri ci regaliamo un abbraccio collettivo, giocondo e saltellante. Poi cadiamo in un lungo silenzio contemplativo, per un tempo che é un altro tempo. Tutt’intorno Tikal, la gloriosa perla della civiltà maya, totalmente intatta, viva, come fossimo caduti in un buco spazio temporale ritrovandoci 2000 anni prima in una delle notti stellate che propiziarono le mirabili scoperte astronomiche di questo popolo.
Nik, Gorka e Ximena sembrano appagati, io ancora no. Inizio ad aggirarmi frenetico attorno alla piramide, osservandone con sgomento i lati che scendono giù a precipizio, poi ritorno dagli altri, ma non riesco a rimettermi seduto. Gli faccio notare che sarebbe meglio passare la notte in cima ad un tempio aperto al pubblico, in modo da alleggerire la nostra posizione nel caso venissimo scoperti, e con questo pretesto li convinco a muoverci verso il Tempio della Luna, che campeggia al lato opposto della piazza. La discesa regala scene da thriller alpinistico. Gli scaloni sono ripidissimi, tanto che in caso di caduta sarebbe impossibile frenare una fatale scivolata fino in fondo. La scarsa luce non lascia vedere ad un palmo dal naso, per cui è necessario tastare ogni gradone prima di appoggiarvici tutto il peso. Sembra di venir giù da una montagna. Gli altri scendono di culo mentre io preferisco andare in obliquo. Dopo dieci minuti siamo ancora a un terzo del cammino, con un buon centinaio di gradoni che rimangono da scendere.
Quando arriviamo giù abbiamo tutti dieci kili di meno e dieci anni di più.
Attraversiamo la piazza contornata di stele e di altari sacrificali con una cautela ormai dovuta più al rispetto per chi un tempo la abitó che alla paura di essere scoperti. Poi iniziamo la scalata alla seconda piramide, leggermente più bassa e dalla pianta più larga della prima, con gradoni più grandi ma decisamente meno ripidi e consumati. Una volta arrivati in vetta ci sediamo sul patio antistante all’ingresso del tempio, ignari di aver scelto la migliore delle postazioni per ammirare lo spettacolo che sarebbe andato in scena di lì a poco. Appena il tempo di finire i nostri panini che da dietro il Tempio del Gran Giaguaro, dove eravamo poco prima, inizia ad emergere un bagliore crescente. Poco a poco la forma del tempio assume maggiore definizione, fino a quando alle sue spalle spunta una grande e generosa luna, che illumina di un mistico bianco la Gran Plaza e ricalca i contorni della sterminata giungla che la custodisce. Tutto cambia, come se fino a quel momento ci fossimo aggirati nella penombra d’un museo e tutt’a un tratto qualcuno avesse acceso le luci giuste, quelle che illuminano soltanto le opere. Il momento é da celebrare, in religioso silenzio, aspirando lentamente la cima delle cime.
Gli altri rimangono distesi, appagati, e hanno tutta l’aria di chi sta per addormentarsi, mentre io mi alzo in piedi carico di energia lunare e smanioso di esplorare una Tikal tutta per me. E’un’occasione di quelle che non capitano tutti i giorni, quella di aggirarsi solitario ed indisturbato per una città maya sepolta nella giungla, con tanto di luna ad illuminarti il cammino. Quasi non mi dispiace che gli altri rimangano lì, quel che voglio adesso è confrontarmi da solo, high, a tu per tu con questo mondo. Perciò, senza fare nessun proclama, inizio dapprima ad aggirarmi attorno al tempio e poi, da delle scale di legno secondarie poste su uno dei due lati scendo giù fino a ritrovarmi di nuovo nella Gran Plaza.
Non so come spiegarlo. C’è un legame misterioso ed indissolubile fra la solitudine e la profondità dell’esperienza. Da solo, al centro di quella piazza, ho cominciato davvero a sentire, lontano dall’euforia del gruppo, tutta l’energia di cui è carico un luogo come Tikal, sublime fusione di natura e cultura ai loro massimi livelli.
Forse, immerso nella mia trance estatica, non l’ho sentita fin quando non era già molto vicina. Forse andava davvero veloce. Fatto sta che in men che non si dica una macchina sbuca dall’angolo opposto della piazza e si dirige dritta verso di me, i fari spaventosi come gli occhi di un mostro. E’ un fulmineo passaggio dal più magico dei sogni al più tremendo degli incubi. Faccio appena in tempo a correre verso il tempio e ad acquattarmi nel primo angolo alla destra della scalinata centrale. Da lì non vedo ma sento. La macchina si ferma e si aprono due degli sportelli.
Sento i guardiani che parlano convulsamente senza riuscire a capire quel che dicono. Poi accendono delle grandi torce e cominciano ad illuminare con frenesia tutt’intorno. Non posso muovermi di lì e fuggire verso il retro dell’edificio perchè entrerei nel loro campo visuale. Un minuto prima mi sentivo il più libero degli uomini. Ora mi sento spacciato. Cerco di decidere se una volta scoperto sia meglio scappare o arrendermi, ma l’adrenalina mi blocca i pensieri. Dal modo in cui sono piombati qui è chiaro che stanno cercando qualcuno, e mi aspetto che da un momento all’altro facciano il giro dell’edificio per venirmi a stanare. Gli altri sono lassù, invisibili, e certamente stanno osservando tutta la scena. Dopo alcuni infiniti minuti i guardiani risalgono in macchina. Io non mi sono mosso di un centimetro. Ora faranno il giro della piramide, illuminando tutto con gli abbaglianti dell’auto. Non ho scampo. O forse sì. Devo solo sperare che non comincino dal mio lato.
E così è.
L’auto ingrana veloce verso il lato opposto al mio, ed io non trovo nulla di meglio da fare che corrergli dietro, all’inseguimento di chi mi insegue.
Giunta sul versante opposto a quello della piazza la macchina si ferma un’altra volta. E’ un’occasione da non perdere. Attraverso di gran carriera tutta la piazza fino a raggiungere una coppia di stele nascoste all’ombra del Gran Giaguaro, dietro le quali riprendo fiato. Da lì, lentamente, guadagno l’uscita dalla piazza e mi nascondo tra la vegetazione, ormai al riparo dalle potenti torce dei guardiani. Rimango immobile, con addosso il terrore del clandestino, e impiego i primi dieci minuti soltanto per riuscire a riprendere una respirazione regolare. La mia presenza però non sfugge alle miriadi di insetti della giungla, zanzare su tutti, che più passa il tempo più crescono in numero e aggressività. Decido di muovermi e di riguadagnare la vetta della piramide per ricongiungermi con gli altri. Comincio a camminare costeggiando il lato destro della piazza, attraversando rapidamente gli spazi illuminati dalla luna per poi accovaccciarmi e tornare a scomparire nelle zone d’ombra. Il panico che ho ancora addosso inizia a giocarmi brutti scherzi. In ogni minimo rumore, in ogni riflesso di luce sono convinto di scorgere la presenza di un guardiano.
Sono sfuggito alla fulminea retata, non posso cadere adesso. Mi sdraio sull’erba, supino e con i gomiti schiacciati a terra come un soldatino, e ci rimango fino ad essere sicuro che nella piazza non ci sia nessuno. A quel punto raggiungo la base della piramide, faccio un grande respiro e comincio a scalarne i gradoni a gran velocità. I miei movimenti devono apparire goffi e la mia sagoma insignificante rispetto al gigantesco capolavoro architettonico che gli fa da sfondo. Arrivare in cima è rassicurante e piacevole como il ritorno a casa dopo un brutto incontro tra le vie del quartiere. Gli altri sono ancora lì, sdraiati dietro l’ultima flia di gradini, schiacciati contro l’antiestetica grata che impedisce l’accesso all’interno del tempio.
Accolgono il mio arrivo con un’espressione di sollievo e seguita da una di grande curiositá.
Iniziamo a ricostruire l’accaduto confrontando i diversi punti di vista, il loro dagli spalti, il mio dal centro dell’arena. Arriviamo al momento in cui la macchina ha fatto il giro della piramide, e mentre tra maschi ci esaltiamo rievocando la mia manovra di aggiramento Ximena ci interrompe.
Non vi siete resi conto che l’auto, dopo essersi fermata alle spalle della piramide,non è più ripartita? – ci domanda con occhi grandi e preoccupati. – E’vero – le fa eco Nik – meglio dare un’occhiata. In quel momento mi rendo conto che qualcosa é cambiato nel profondo del mio fido compare danese. Del timore e della prudenza con cui aveva mosso i suoi primi passi qui a Tikal non vi è ormai più alcuna traccia. Ora Nik sembra un altro, intrepido e carico di adrenalina, quasi smanioso di affrontare i rischi della situazione in cui ci ritroviamo. Quando si muove dal gigantesco blocco di pietra su cui era accovacciato mi accorgo che stringe nel pugno destro il machete che portiamo sempre con noi nella giungla. Visto cosí, mentre si muove con passi silenti e misurati, mentre il chiaro di luna proietta la sua sagoma sulla piramide, sembra davvero un antico guerriero maya. Lo seguo a pochi passi di distanza, fino a girare l’angolo che dá al lato opposto della piramide. La vista non è delle migliori. Ci sono tre guardie che camminano nella boscaglia torce alla mano, e vengono verso di noi. Faccio ripetuti ed agitati cenni a Nik per dirgli di muoverci e tornare dagli altri, ma lui rimane lí immobile, all’ombra della piramide, osservandoli con aria di sfida.
Spazientito gli passo davanti e continuo a camminare fino a girare l’altro angolo, con l’idea di tornare al punto di partenza facendo un giro completo. Lui mi viene subito dietro. Poi mi blocca mettendomi una mano sulla spalla. Sotto di noi la tortuosa scalinata di legno da cui ero sceso da solo poco prima. Nell’aria l’inconfondibile suono di quattro paia di stivali che la risalgono.
Mi volto e i nostri sguardi si incontrano, raggelati.

..continua

Pubblicato da: antonico | settembre 23, 2009

LA NOTTE DI TIKAL

Tikal è un nome di una potenza evocativa debordante, quasi ipnotica, per tutti coloro che subiscono il fascino della civiltà Maya.
La più grande città maya mai esistita si trova nel nord del Guatemala, nella selvaggia regione del Petèn, in mezzo ad una giungla sterminata ed impenetrabile che per secoli l’ha tenuta nascosta ai conquistadores europei. Per giorni ho lanciato continui messaggi subliminali al mio compagno di viaggio Nik, meno entusiasta di me all’idea di dare al viaggio un’impronta archeologica, associando all’ossessiva ripetizione della parola Tikal le espressioni facciali più intriganti e misteriose che mi venivano. Per la verità nemmeno a me entusiasmava l’idea di vivere la tipica giornata archeologica condita di maxi gruppi turistici, sequela ossessiva di foto e negozietto kitch a chiudere in bellezza. Ed infatti avevo in mente ben altro, ma questo Nik l’avrebbe saputo soltanto poco prima di arrivare sul posto. Intanto l’avevo convinto a fare rotta su Tikal, impresa non facile, visto che implicava abbandonare il tanto amato Messico e per di più lungo un cammino che non è esattamente quello indicato sulle guide turistiche. Avevo sentito dire che lungo il fiume Usumacinta, che segna la frontiera tra i due paesi, ci sono alcuni scafisti che in cambio di tutti i tuoi ultimi pesos sono disposti a portarti dall’altro lato, in territorio guatemalteco. E cosí, la Selva di Lacandona, attraverso cui pensavamo di raggiungere Palenque, si riveló la nostra porta d’uscita segreta dal Messico. L’unica ragione per avere un piano – ripeto a Nik con un ghigno soddisfatto mentre un improbabile ufficiale di frontiera minorenne ci appone il timbro d’uscita – è che ti permette di mandarlo a rotoli e di improvvisare.
Il Guatemala è lì di fronte, sull’altra riva del grande fiume Usumacinta, la cui importanza per lo sviluppo della civiltà Maya mi ricorda quella che ebbe l’Urubamba per gli Inca. In una ventina di minuti la lancia ci transita, non senza qualche difficoltà, ad un piccolo approdo sul versante guatemalteco. La vista di entrambi i lati dell’Usumacinta, con le famiglie di indigeni che fanno il bagno e lavano i loro panni dai colori sgargianti, mi ricorda che la frontiera che stiamo attraversando è soltanto una distinzione geopolitica dell’epoca moderna, che trasforma in un ostacolo quello stesso fiume che per secoli è stato un vettore della comune identità culturale dei popoli Maya. Mai come per queste genti, le strette norme delle politiche migratorie rappresentano una violazione al diritto ad esistere come individui e come membri di un’unità culturale ben più antica di qualsiasi cartina geografica.
Appena il tempo di montare sul primo mezzo di trasporto pubblico (la dizione “chicken bus”, così comune fra gli stranieri in viaggio in America latina mi sembra inappropriata ed offensiva, mentre quella di autobus sarebbe fuorviante per il lettore europeo), che si scatena una spaventosa tempesta tropicale. La pioggia ed un paio di cambi di vettura allungano i tempi del viaggio, e quando mancano ancora una cinquantina di kilometri a Tikal sono già le quattro del pomeriggio. Nik, sapendo che l’area archeologica chiude alle sei mi fa notare la cosa, chiedendomi se non sia meglio dormire in zona e rimadare la visita al giorno seguente. A me il nostro ritardo non fa altro che fornire ulteriori pretesti per il mio piano segreto. E’arrivato il momento di rivelarglielo. Men – gli dico ricorrendo all’inglese per evitare orecchie indiscrete – in fondo che senso ha visitare un luogo come Tikal, con tutta la sua mistica, assieme a centinaia di persone dotate di fucili di precisione fotografici, guide multilingue ed abbigliamento tecnico da viaggio made in china? Nik mi lancia un’espressione di limpido assenso, come a dire che era proprio quest’aspetto della visita a Tikal a lasciarlo perplesso. Immagina invece – continuo ringalluzzito – che spettacolo sarebbe fermarsi lì di notte, dopo la chiusura, e godersi la città perduta dei Maya tutta per noi, ricoperti di quel cielo stellato che tanto sapevano osservare, fino a vedere le immense piramidi rischiarate dalle prime luci dell’alba. Nik sembra intrigato, glielo si legge negli occhi, ma anche perplesso, da buon danese, all’idea di una così manifesta violazione delle regole. So di gente che l’ha fatto – agggiungo per cercare di dare un tocco di normalità alla cosa – e tra l’altro pare che se si viene scoperti si puó sempre convincere i guardiani a chiudere un occhio.. A quel punto si intromette nel discorso, con insopportabile pedanteria, un’occhialuta e bianchiccia viaggiatrice inglese, che dopo averci informati del fatto che anche lei aveva avuto la stessa intuizione ci cita a memoria un passaggio della Lonely Planet dove si dice che i tempi in cui si poteva dormire in cima al tempio IV di Tikal corrompendo uno dei guardiani sono ormai andati. Vorrei maltrattarla con il mio peggiore inglese ma preferisco non dare segni di nervosismo davanti a Nik e cercare di lasciar cadere quanto prima l’indesiderata conversazione. Me ne dà occasione una coppia di spagnoli (baschi, perdón!) seduta sui sedili davanti ai nostri. Contando sull’afffinità culturale che mi lega agli spagnoli (ooops!) e su una primissima buona impressione, dopo qualche rapido scambio di battute decido di informarli del nostro piano. L’idea li entusiasma, e quando pochi minuti dopo il bus ci scarica assieme ai nostri zainoni davanti all’ingresso di Tikal siamo già tutti e quattro uniti da una magica complicità, mentre la befana d’oltremanica si allontana con un misto di invidia e biasimo, per la gioia di chi scrive che già l’aveva eletta come la peggiore dei portasfiga. Sono già le 17 e dobbiamo ancora trovare un posto sicuro dove lasciare gli zaini e comprare acqua e cibo a sufficienza per passare una notte nel mezzo della giungla. La nostra più grande preoccupazione è che un ingresso troppo a ridosso della chiusura possa destare eccessivi sospetti. Ad ogni modo tutti i bigliettti comprati dopo le 15 sono validi anche per il giorno seguente, e la cosa ci rassicura. Riusciamo a lasciare gli zaini in custodia al camping, e dopo aver imbottito gli zainetti di acqua, cibo, indumenti a maniche lunghe e repellente contro gli insetti facciamo il nostro ingresso a piè veloce lungo il sentiero principale che introduce all’immensa area archeologica di Tikal. Sono già le 17.30 e la maggior parte dei visitatori hanno già lasciato l’area, mentre gli ultimi si accingono a farlo.
ChiapasTikal 230
Una delle peculiarità di Tikal, oltre alla straordinaria maestosità delle sue costruzioni, è il fatto che queste sono ancora completamente immerse in una giungla tra le più vergini dell’America centrale, dove pullula una fauna multiforme di uccelli, rettili, scimmie e persino giaguari. Suoni e presenze che si fanno sentire con crescente intensità, mano a mano che ci inoltriamo nel reticolo di piccoli sentieri, carichi di adrenalina ed eccitazione, e desiderosi di far perdere quanto prima le nostre tracce. Superata una curva ci spunta davanti una prima, piccola piramide, ma siamo in un altro gioco, e non c’è tempo per fermarsi ad ammirarla. L’idea è nascondersi da qualche parte lasciando passare l’orario di chiusura con le conseguenti ronde dei guardiani per poi venir fuori quatti quatti al calar del sole. Il problema è dove nascondersi. Ci sono così tante possibilità che andiamo quasi in tilt. Gorka, il ragazzo basco, vorrebbe imboscarsi nella selva profonda, noncurante dello sguardo preoccupato di Ximena, la sua ragazza, e dell’infinità di insetti che non aspettano altro che divorarci. Ho un’idea migliore.
I Maya hanno scelto questo posto per fondare uno dei più grandi gioielli della loro civiltà proprio per le peculiari caratteristiche del territorio. La presenza di numerose collinette agevolava infatti il loro progetto urbanistico, che era quello di costruire una serie di templi capaci di stagliarsi al di sopra della fitta giungla, e da lì di dominarne la vista. Prendo l’iniziativa e guido il resto del gruppo in cima ad uno di questi colli, dai quali avremmo potuto tenere sotto controllo l’area sottostante rimanendo invisibili e levandoci di dosso una buona metá degli insetti pronti a divorarci qualchemetro piú in basso. Ci sediamo in cima dando inizio alla trepidante attesa. Si comincia a controllare spasmodicamente l’ora, in attesa del fatidico scoccare delle 18, momento a partire dal quale saremo a tutti gli effetti “clandestini”.
Ad ogni rumore di una delle macchine dei guardiani in arrivo ci acquattiamo al suolo come dei guerriglieri, e più ripetiamo il gesto più guadagnamo quella sincronia indispensabile alla buona riuscita della nostra missione. C’è qualcosa di speciale in quell’intesa estemporanea nata fra dei viaggiatori che hanno scelto in pochi minuti di affidarsi l’uno all’altro per vivere insieme un’avventura estrema, un cospirare che è respirare insieme. Da quei volti schiacciati al suolo, da quei corpi confusi tra gli insetti ed il fogliame traspare una complicità unica, totale, come quella di dei bambini sul punto di fare un grosso scherzo ai grandi. Di colpo sentiamo un movimento tra le foglie, vicino ed inequivolcabilmente umano. Cerchiamo di farci ancora più invisibili ma i rumori continuano, e si fanno sempre più vicini. E’troppo tardi, siamo stati scoperti. Ci rialziamo quasi all’unisono con un misto di spavento e delusione sul volto, guardandoci introrno da tutti i lati. Non c’è nessuno che si sta arrampicando sulla collina, ma il rumore di un corpo che si muove tra le piante continua. Nessuno riesce ad ingoiare. A quel punto rivolgo lo sguardo verso l’alto e le vedo. Sono tre o quattro scimmie urlatrici, le stesse con le quali avevo intrattenuto un’intensa conversazione in Costa Rica qualche mese prima. Ci hanno scoperti, e curiose come sono si stanno avvicinando passando di ramo in ramo per vedere meglio di che si tratta. La tensione lascia immediatamente spazio alla meraviglia. Siamo soli in mezzo alla giungla che custodisce le più importanti rovine maya mai scoperte, a tu per tu con i nostri progenitori, che saltano con incredibile agilità da un ramo all’altro con un cielo rossazzurro a fargli da sfondo.
Gorka e Ximena vorrebbero rimanere nascosti fino ad essere protetti dalla completa oscurità ma quando sono ancora le 18.30 io inizio a premere per muoverci verso la gran plaza per poterci godere la prima vista delle piramidi con la luce del tramonto. Lentamente discendiamo la collina, e da lì iniziamo a muoverci in fila indiana, la schiena ricurva, con uno di noi che a turno cammina in avanscoperta a una ventina di metri dagli altri. In fondo alla strada si intravede una capanna che potrebbe dare rifugio ad un guardiano, per cui decidiamo di imboccare un sentiero secondario che costeggia una collina ripida ed estesa. Tutt’a un tratto veniamo paralizzati dal rumore di un veicolo, lontano ma non troppo. Siamo allo scoperto, in una zona dove la vegetazione non è abbastanza fitta da nasconderci e senza sapere in che direzione sia il caso di muoversi. Proseguire lungo il sentiero sarebbe una follia, siamo già troppo vicini alla gran plaza e probabilmente i guardiani stanno effettuando le ultime ronde per assicurarsi che tutti i visitatori abbiano abbandonato l’area. Ad ogni secondo che passa ci sentiamo piú in gabbia. Gli altri sembrano smarriti, paralizzati come un gatto di notte illuminato dai fari di un auto. Mi guardo intorno cercando di immaginare una via di fuga. Scelgo un punto un po’meno ripido dal quale sembra possibile arrampicarsi sul promontorio, dove saremmo al sicuro. Faccio cenno agli altri di seguirmi, ed é Nik è il primo a venirmi dietro. Cominciamo di gran lena la scalata, seguiti pochi metri più in basso dai baschi, ma giunti quasi a metà il terreno si fa tremendamente friabile, e ci ritroviamo più volte aggrappati alla stessa, unica radice, che ci salva da un’interminabile franata. Mani e piedi affondano nel terreno molliccio, tra insetti e formiche malefiche che ci riempiono di punture mentre ogni cosa sembra venire giù al nostro passaggio. Una volta in cima tiriamo fuori tutta la nostra mimica per incoraggiare Gorka e Ximena, fermi a metà, a proseguire più in fretta possibile la scalata. Quando finalmente arrivano anche loro corriamo tutti e quattro verso un muretto in pietra che sembra poterci dare rifugio. Una volta scavalcato ci ritroviamo all’interno di una vero e proprio palazzo maya, senza più il tetto ma con le murature ancora intatte a suddividere una stanza dall’altra. Giunti alla fine del corridoio centrale ci si apre davanti una vista di quelle che nessun apparato digitale potrà mai registrare così nitidamente come fece il nostro sguardo…

..continua

Pubblicato da: antonico | settembre 10, 2009

El Corazón del Tiempo

Ho sempre trovato un piacere particolare nell’andare al cinema all’estero, in un’altra città. Mi soddisfa molto di piú che andarci a Roma, nonostante la città eterna conservi alcune strepitose sale che resistono stoicamente alla vomitevole espansione dei multisala. Qui a Città del Messico, almeno in centro, pare che le uniche vecchie sale capaci di tenere il passo alla concorrenza dei nuovi cinema-fast-food siano quelle porno, puntualmente situate a pochi metri dagli sgangherati hotel in cui trovo riparo. Certo, si tratta di luoghi dall’innegabile fascino decadente, magnifici santuari alieni alla modernità e all’avvento di internet, ambientazioni perfette per storie bukowskiane, ma non esattamente quel che ho in mente per il mio lunedí sera. E cosí esco dall’hotel, mi lascio ancora una volta alle spalle il cinema Venus, dove oggi è in programma “Montagne russe”, che a giudicare da come sono svestite le attrici sulla locandina non deve trattare di alpinismo. L’usciere, uno strano incrocio tra un magnaccia ed un prete, mi lancia uno sguardo che forse vuol essere ammiccante, ma non fa altro che farmi accellerare il passo verso la fermata della metro Allende (che non é Salvador, bensí Ignacio, un eroe dell’indipendenza messicana). Per oggi la mia scelta ce l’ho chiara: sto andando a vedere El Corazón del Tiempo, un film che racconta la vita in una delle comunità autonome zapatiste del Chiapas, e il paradosso vuole che mi tocchi vederlo in una multisala, visto che la distribuzione qui in Messico non è stata propriamente agevolata..

Che dire.. Un film straordinario, un viaggio in Chiapas al costo di pochi euro (ridatemi i soldi del biglietto aereo!), un film che non penetra nella realtá, ma che viene fuori dalla realtá stessa. Nelle parole del regista Alberto Cortés, è una pellicola strana, perchè finora non si era mai fatto un film con indigeni che rappresentano sé stessi, con piena coscienza. Tutti gli zapatisti, assieme alla Giunta di buongoverno, sono coproduttori; é un film in cui abbiamo inventato una forma di produzione.La colonna sonora poi, è da 10 e lode, con la partecipazione di Ojos de Brujo e Amparanoia che si alternano al meglio delle sonorità cubane e messicane della nuova generazione. Film da rivedere anche solo per riascoltarla!

Dal 25 settembre il film sará nelle sale anche in Italia, per quanto dipenderá dal livello di narcotizzazione tele-cinematografica degli italiani, che ormai sembrano saper essere solo spettatori passivi del peggiore degli spettacoli, quello della realtá che li circonda.
Tranquilli, su Pallamondo siete al sicuro!
Andatelo a vedere, magari in una di quelle belle sale che sopravvivono (voi che potete!) e scrivetemi un vostro commento, proprio qui sotto.

corazondeltiempo

Il primo film interpretato, prodotto dagli zapatisti con la regia di Alberto Cortes
Corazon del tiempo – In arrivo in Italia in film che ti porta nel Cuore della Resistenza Zapatista
Dal 25 settembre in Italia
1 / 9 / 2009

Regia: Alberto Cortés
Sceneggiatore Hermann Bellinghausen
Direttore della fotografiaMarc Bellver
Direttrice Artistica Ana Solares
Addetto al suono Emilio Sebastian Cortes Guerra

Trama

In un villaggio del Chiapas, nel più profondo della Selva Lacandona, Sonia mette tutti di fronte alle intime rivoluzioni del suo cuore nel tempo della lotta e della resistenza. “Promessa” nella maniera tradizionale per sposarsi con Miguel, valoroso dirigente giovanile della comunità, che conosce dall’infanzia, Sonia si innamora, ricambiata del tenente insurgente Julio. Intorno a Sonia si muove in un mondo quasi magico la sorella minore Alicia, insieme alla nonna Zoraida, che con l’esperienza della vita vissuta, riporta sulla terra gli occhi avidi e sognatori della nipote. La decisione di Sonia mette alla prova le volontà e le convinzioni.
Come in un onda espansiva la commozione si allarga alla famiglia, alla comunità ed anche alla stessa organizzazione armata che si nasconde nelle montagne.
Intanto il mondo si muove. L’Esercito del Governo occupa le terre ribelli e cerca di stringere l’assedio. Sotto il rumore degli elicotteri di guerra, le donne indigene fermano i soldati facendo muro con i loro corpi. L’elettricità che il Governo non ha mai voluto dare sta per arrivare alla comunità: Miguel riceve l’incarico di far passare la turbina attraverso l’assedio militare. Fedeli al fatto di essere se stessi e di cambiare costantemente, i moderni Maya della Selva Lacandona hanno intrapreso una trasformazione profonda per il Messico e forse per il mondo.
Con questa intensità trascorrono i giorni del tempo indigeno.
Mezzo secolo prima l’amore aveva permesso a Zoraida di lasciare la schiavitù dei suoi antenati nel latifondo per andarsene a “fondare” la selva insieme al suo uomo ora alla fine del secolo, l’amopre fa sì che Sonia sfidi la tradizione ed anche le nuove “abitudini” rivoluzionarie.
Mateo è il tormentato padre di Sonia, Alice ed anche dell’ironico Valente.
Susanna, la madre vive le contrarietà che la mettono di fronte alle insoddisfazioni del suo passato. Mateo, Susanna così come gli altrio padri e madri della comunità appartengono alla generazione che ha rotto i ponti e ha detto “Ya Basta” il Primo Gennaio del 1994. Loro sono quelli che videro e vissero la necessità di ribellarsi contro il “mal governo” . Anche la natura partecipa alla storia. La milpa, i fiumi, le montagne e gli animali sono personaggi che influiscono nel destino dei Tojol Winik , gli uomini “verdaderos”, La famiglia, l’assemblea comunitaria e l’esercito insurgente, immersi nell’occhio dell’uragano della storia, dovranno vivere la commozione di Sonia innamorata. In un mondo in cui tutto cambia, in una terra straordinaria di indigeni liberi, che hanno deciso di non arrendersi, la passione di una donna si gioca il senso della sua libertà nel cuore del tempo.

Pubblicato da: antonico | settembre 4, 2009

Honduras, golpe e contraccolpi

Ad oltre due mesi dal colpo di stato l’Honduras appare sempre più isolato dal resto della comunità internazionale. Nella giornata di giovedì, il Dipartimento di Stato americano ha emesso un comunicato nel quale annuncia la sospensione di tutti i programmi di finanziamento al paese fino a quando non verrà ristabilito l’ordine democratico. La decisione viene motivata con la negativa del governo de facto a sottoscrivere gli accordi di San Josè, frutto del tentativo di mediazione condotto dal presidente costarricense Oscar Arias con l’appoggio di tutti i paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani. La proposta contemplava la restituzione del potere al deposto presidente Manuel Zelaya, impegnando però quest’ultimo a sospendere il processo di riforma costituzionale che avrebbe voluto intraprendere. Oltre alle sanzioni economiche, che fanno seguito a quelle già messe in atto dalla Banca Mondiale e dalla Banca Interamericana di Sviluppo, il comunicato delinea una posizione politica che potrebbe avere conseguenze altrettanto rilevanti sull’evoluzione della crisi del paese centroamericano. Gli USA infatti hanno annunciato che non riconosceranno l’esito delle elezioni previste per il prossimo 29 novembre, in quanto frutto di un processo che ha violato apertamente le regole democratiche. La decisione fa seguito all’avvio della campagna elettorale nel paese e costituisce una risposta alle pressioni del presidente legittimo Manuel Zelaya, che ad inizio settimana era giunto a Washington per esortare il governo di Obama ad assumere misure coerenti con la condanna espressa già a poche ore dal colpo di stato.
Tuttavia, il Dipartimento guidato da Hillary Clinton si è negato a ricconoscere il carattere “militare” del colpo di stato, elemento che d’accordo con il quadro legislativo che regola la politica estera statunitense avrebbe innescato automaticamente una serie di misure ancora più drastiche contro il governo golpista ed i suoi esponenti. Tra questi, valga la pena ricordare il famigerato Billy Joya, addestrato proprio negli USA, che fu a capo degli squadroni della morte che negli anni ’80 seminarono morte e terrore tra la popolazione civile. Il suo encomiabile curriculum gli è valso la nomina a Ministro con delega alla Sicurezza del nuovo governo, ed i risultati non si sono fatti attendere. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), a seguito di una missione di verifica nel paese ha riportato una serie di gravi e ripetute violazioni commesse in seguito al colpo di stato, tra cui omicidi, abusi sessuali ed arresti extra-giudiziari. Secondo quanto denunciato dallo stesso presidente Zelaya, fino ad oggi si contano 1.500 detenzioni arbitrarie, cui si aggiunge l’assassinio di due manifestanti e la chiusura dei mezzi di comunicazione ostili al governo de facto.
Nonostante la repressione armata e mediatica che è costrettto a subire, il movimento di resistenza popolare nato all’indomani del golpe continua a far sentire la sua voce nelle strade di Tegucigalpa e nei principali centri urbani del paese. Al termine di una partecipata manifestazione che lo scorso 1 settembre ha attraversato i quartieri più popolari della capitale Rafael Alegría, dirigente del movimento campesino e lider della protesta, si è detto fiducioso di un ritorno in Honduras del presidente Zelaya entro il 15 settembre, ed ha auspicato un deciso intervento in suo favore da parte degli Stati Uniti. Alegría ha anche aggiunto però, che la resistenza popolare, le cui proteste fino ad oggi si sono espresse in forma del tutto pacifica, “sta già intraprendendo alcune azioni, ed è pronta ad estenderle su tutto il territorio nazionale grazie alla partecipazione delle principali organizzazioni operaie, nel caso in cui non venisse restituito il potere a Zelaya”.
Intanto il governo de facto presieduto da Roberto Micheletti continua a mantenere una posizione intransigente, dichiarandosi pronto a fronteggiare le conseguenze economiche e sociali che derivino dall’isolamento internazionale in cui si trova. La reazione alle ultime misure intraprese dagli USA è stata affidata al Ministro della Presidenza Rafael Pineda, il quale ha dichiarato: “siamo molto dispiaciuti che il governo di un paese ed di un popolo che sono nostri amici abbia deciso di stare dalla parte di Chavez”, alludendo così al deciso sostegno espresso dal presidente del Venezuela al deposto presidente Zelaya. Pineda ha aggiunto che le sanzioni economiche costringeranno il governo a sacrificare alcune opere di infrastruttura, e ad effettuare tagli nei settori della salute e dell’educazione.
In realtà l’economia honduregna aveva già cominciato a pagare il prezzo delle misure imposte al paese a partire dal colpo di stato.
Secondo quanto rivelato dal presidente della Banca Centrale Edwin Araque, a sole cinque settimane dal golpe le riserve monetarie del paese si erano già ridotte da 2.500 milioni di dollari a 2.150 milioni. Lo stesso Araque, nella giornata di giovedì ha smentito l’annuncio, fatto il giorno prima da Micheletti, di un finanziamento di 150 milioni di dollari concesso al paese da parte del Fondo Monetario Internazionale. Il credito, ha precisato Araque, era stato accordato il 2 aprile scorso nell’ambito di un pacchetto mondiale di finanziamenti anticrisi, ma dal momento che il FMI non ha riconosciuto il nuovo governo, questi si trova impossibilitato ad accedervi.

A. L.

Pubblicato da: antonico | settembre 2, 2009

Pallamessico

El camino también desaparece mientras lo pienso,
mientras lo digo. La sabiduría no está ni en la fijeza,
ni en el cambio, sino en la dialéctica entre ellos.
Constante ir y venir: la sabiduría está en lo instantáneo.
Es el tránsito. El tránsito no es sabiduría sino un simple ir hacia…
el tránsito se desvanece: sólo así es tránsito.

Octavio Paz

Imagen 303

Ad agosto non ci siamo visti. Siccome il vecchio continente andava in vacanza Pallamondo ha deciso di prendersi una pausa anche lui, giusto per mantenersi in sintonia. Da scrivere ce ne sarebbe stato, ma da vivere ancora di più. Un blog, nell’accezione più comune, è una sorta di diario aperto che presuppone un rapporto confidenziale e soprattutto costante fra chi scrive e chi legge.
Pertanto si addicono al suddetto pubblicazioni concise e frequenti, in ordine strettamente cronologico, che alimentino nel lettore una sorta di dipendenza, come se già non ve ne fossero abbastanza. Temo proprio di non aver rispettato questi canoni. In realtà, a quattro mesi dalla sua nascita questo blog non ha ancora assunto una precisa identità, e chissà se mai deciderà di farlo.
Per me si tratta di un comodo e malleabile contenitore, facile da trasportare per farlo arrivare fino allo stivale e capace di cambiare costantemente forma e dimensioni così da accogliere di volta in volta brevi racconti, incontri, istantanee sfocate dal movimento, geoemozioni, cronache giornalistiche, appelli di solidarietà e persino improbabili descrizioni di se stesso.
Le continue trasformazioni che segue sono quelle di un Viaggio, il mio, che mi ha fatto conoscere il più vergine dei boschi e la più selvaggia delle giungle urbane, la meravigliosa armonia di un fondale marino e le disumane condizioni di lavoro in un’industria di banane, il terrificante urlo delle scimmie e quello straziante di un popolo davanti alle pallottole dei militari, la libertà raggiante e la triste nostalgia racchiuse in una distanza.
Quattro mesi, sette paesi, l’alba dei caraibi, il tramonto del pacifico, le vertigini di un vulcano da cui li vedi entrambi, il retro di un Pk come sedile di prima classe per respirare mentre si va..
Poi, all’alba di qualche giorno fa, ho aperto gli occhi di botto, come si fa il giorno di un esame o di un evento tanto atteso, proprio mentre il bus superava un’ultima travagliata salita.
Davanti a me si è spalancata una vallata immensa, una sconfinata foresta di tetti di torri e di strade che ti sembra quasi di veder crescere a vista d’occhio, e che nessun esssere umano può contenere tutta nel proprio sguardo. Dicono ci vivano 26 milioni di persone, ma io dico che è come contare il numero delle stelle. Forse l’ho guardata troppo a lungo, forse un tale tappeto umano può essere ipnotico ed allucinogeno quanto un deserto. Fatto sta che mi ha risucchiato, agglomerato, assorbito rapidamente fra i suoi tessuti, per poi farmi schizzare a gran velocità tra le sue vene e le sue arterie.
Ed è proprio da lì dentro che vi scrivo, adesso, per dirvi che sì, ho deciso, o forse ha deciso lei per me. Questione di chimica, che esiste anche in natura, e comunque non solo il sabato sera.
Mi fermo qui, stai a vedere che c’è posto anche per me..
Sì, mi fermo qui,
ma il viaggio continua,
e la città si fa mondo.

Pubblicato da: antonico | agosto 8, 2009

Sosteniamo il popolo hondureño!

Honduras resiste

Lo so,lo so, molti di voi sono già in vacanza, e per almeno un paio di settimane vi sarete promessi di sottrarvi a qualsiasi impegno che vada oltre il cruciverba. Io però voglio provare lo stesso a convincervi a leggere questo breve appello fatto da Via Campesina, il movimento mondiale di contadini presente in 56 paesi del mondo e in prima fila nella resistenza che il popolo honduregno porta avanti da ormai più di un mese contro la dittatura oligarco-militare che ha sequestrato la democrazia nel paese.
So che molti di voi hanno seguito quanto avveniva in Honduras attraverso gli articoli di questo blog; spero che quel che ho scritto vi abbia aiutato a farvi un’idea della situazione, andando oltre il muro della manipolazione mediatica. Il governo illegittimo e golpista è ancora lì, e in queste settimane ha ampiamente dimostrato il proprio carattere antidemocratico, macchiandosi di omicidi, sequestri, torture e minacce, senza risparmiare nemmeno i minori di età. Ma anche quelle stesse persone di cui ho scritto sono ancora lì, giorno dopo giorno, e nonostante la repressione e la stanchezza continuano a portare avanti un’eroica battaglia per la restituzione dell’ordine democratico nel loro paese. Ora come non mai hanno bisogno del nostro sostegno, della solidarietà internazionale dal basso, visto che quella dei governi non è andata oltre le parole.
Perchè non mangiarci una pizza di meno (che va anche a beneficio della “prova costume”!), e mandare quei 10 euro oltre oceano, dove avrebbero tutt’altro valore? Questi uomini e queste donne lo meritano, credete a me.
Alla fine dell’appello trovate le indicazioni per poter dare il vostro contributo o per saperne di più.

La traduzione in italiano è di Annalisa Melandri (www.annalisamelandri.it)

Via Campesina lancia un appello a tutti i movimenti sociali e ai suoi sostenitori:

La popolazione dell’Honduras è da giorni in strada. Uomini e donne di ogni estrazione sociale stanno protestando ormai da più di un mese, da quando il 28 giugno un Colpo di Stato ha cacciato dal paese il presidente eletto José Manuel Zelaya sostituendolo con Roberto Micheletti. Il leader golpista è appoggiato dall’elite reazionaria, oltre che da settori dell’esercito, della chiesa e dell’imprenditoria, ai quali le politiche sociali di Zelaya stavano riducendo notevolmente gli interessi.
Da quel giorno migliaia di cittadini hanno iniziato una marcia verso la frontiera con il Nicaragua per dare il benvenuto al possibile ritorno del Presidente eletto, che tuttavia non è potuto ancora rientrare. Tutti coloro che ancora continuano a protestare si trovano in accampamenti situati ad ambo i lati della frontiera, mantenendo alta l’attenzione. Anche nelle città, le organizzazioni contadine, i sindacati dei lavoratori, le organizzazioni di studenti, i maestri e molti altri movimenti sociali, così come i cittadini comuni stanno manifestando contro il colpo di Stato, organizzati nel Fronte di Resistenza.
La repressione non è mai stata così violenta: centinaia di persone sono state picchiate dalla polizia e dall’esercito, i mezzi di comunicazione sono stati chiusi e per lo meno 8 persone sono state assassinate.
Ciò nonostante i movimenti sociali honduregni stanno crescendo in forza e non sono stati mai così organizzati e mobilitati.
Ieri, 5 agosto, migliaia di persone hanno iniziato una marcia partendo dalle zone di provincia fino alle due principali città del paese: Tegucigalpa e San Pedro Sula . Camminano 15 chilometri al giorno, mostrando a tutti la loro forza e la determinazione della resistenza contro il Golpe cruento. Questa marcia culminerà il giorno 11 agosto, giornata in cui si è convocata la Giornata di Azione Globale per l’Honduras.
I manifestanti chiedono il ritorno del Presidente eletto, ma stanno anche marciando per una nuova società, dove contadini , maestri, operai, studenti e gente comune siano al centro della vita politica . Una società basata sulla solidarietà e la giustizia e non sui privilegi e il denaro.
Il risultato della crisi in Honduras determinerà il destino di tutta la regione e dei suoi popoli e abitanti, e la sua eco avrà ripercussioni a livello internazionale.
Siamo tutti preoccupati.
La popolazione in resistenza in Honduras ha bisogno di un appoggio economico per poter continuare la lotta.
Dopo un mese di lotta, Via Campesina in Honduras lancia un appello chiedendo aiuto economico per mantenere viva la protesta di massa
La gente ha bisogno di acqua, cibo, coperte e medicine, negli accampamenti e nelle strade.
Gli organizzatori hanno bisogno di credito nei cellulari e accesso a internet per continuare a lavorare in rete e a tenere informato il mondo – soprattutto adesso che i mezzi di comunicazione sono controllati.
Le vittime e i loro familiari hanno bisogno di appoggio legale: alcuni attivisti sono scomparsi, altri sono stati uccisi e la repressione sanguinaria continua giorno dopo giorno.
Delegazioni internazionalai sono in viaggio verso l’Honduras per testimoniare di ciò che accade e denunciare gli abusi commessi contro i diritti umani e per portare solidarietà agli uomini e alle donne che si mantengono in lotta. Anche loro hanno bisogno di sostegno economico per le spese dei viaggi.

Si possono trovare tutte le informazioni necessarie per le donazioni sul sito www.viacampesina.org o qui di seguito:

CONTO Nº 1
Banca: IPAR KUTXA
Titolare del conto: ASOCIACIÓN LURBIDE – EL CAMINO DE LA TIERRA
Paese: ESPAÑA
SWIFT: CVRVES2B
IBAN: ES54 3084 0023 5364 0006 1004
Nº del conto: 3084 0023 53 6400061004
Causale: Lucha Honduras

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CONTO Nº 2
Banca: BANCA POPOLARE ETICA
Titulare del conto: ASOCIACIÓN LURBIDE – EL CAMINO DE LA TIERRA
Paese: ITALIA
SWIFT: CCRTIT2T84A
IBAN: IT21 O 050 1812 1000 0000 0125 127 (distinguere tra la lettera “O” e il numero “0”)
Nº del conto: 000000125127
Causale: Lucha Honduras

Potete anche organizzare una azione di solidarietà per il popolo honduregno nel vostro luogo di residenza il prossimo 11 agosto.

La Via Campesina – International Secretariat

Ulteriori informazioni sulla resistenza al colpo di Stato in Honduras:

http://www.movimientos.org/honduras.php

Collegamento Twitter:

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Pubblicato da: antonico | luglio 31, 2009

Surrealmente Messico – Parte seconda

segue dalla prima parte..

Raggiungo Nik che è già a letto a scribacchiare qualcosa sul suo diario e mi infilo con lui sotto la zanzariera. Quando gli racconto che ho fatto tardi perchè ho incontrato un tipo che sosteneva stessero cadendo meteoriti a grappoli ci facciamo l’ultima lunga e grassa risata delle tante della giornata. La notte è davvero calda, e nonostante la stanchezza sia tanta e le due grandi aperture su due dei quattro lati della cabaña lascino passare un filo d’aria ci mettiamo un bel po’ ad addormentarci. Mentre inizia ad albeggiare sono ancora in un primo e leggero stadio del sonno, con le palpebre leggermente sollevate e le pupille in qualche modo ancora vigili. Intravedo i primi chiarori, e penso che sarebbe bellissimo alzarmi e godermi appieno quest’alba messicana, ma è uno di quei pensieri che nascono e muoiono a letto. Continuo a rigirarmi più e più volte tra le lenzuola alla ricerca di parti ancora fresche dove asciugare il mio sudore, quando tutto ad un tratto un bagliore di straordinaria intensità mi fa sobbalzare sul letto per poi ripetersi dopo pochi secondi, scacciando dal cielo quel poco che rimaneva della notte. Rimango immobile per un bel po’, seduto sul letto con le mascelle ben serrate e i nervi del collo tesi, mentre Nik continua a dormire beato, ignaro di tutto. Poi torno a sdraiarmi, e mentre pian piano prendo sonno continuo ad augurarmi che venga un grande acquazzone, a rinfrescare l’aria e a scacciare via tutti quei meteoriti dalla mia testa.
Macchè, nemmeno una goccia. La mattina dopo ci svegliamo in un bagno di sudore, con un calore asfissiante, e decidiamo di andare subito a tuffarci a mare per poi goderci la colazione in uno dei magnifici chioschetti sparsi lungo la spiaggia. Ad uno dei tavolini ci sono Paula e Tania, due ragazze messicane che abbiamo conosciuto in un bar la sera prima. Sono del DF, il Distretto Federale, e tutto indica che provengono da famiglie benestanti, tanto da potersi permettere una settimana di vacanza a oltre 700 km da casa in una spiaggia esotica dove giocare un po’ a fare le alternative.
A parte questo la sera prima ci avevano fatto un’ottima impressione, per cui non esitiamo ad unirci a loro. Senza la musica e le diversioni di una notte messicana c’è spazio per conoscersi un po’meglio. Paula sta per laurearsi in Legge mentre Tania sta facendo un dottorato in Fisica, che prevede una parte in Messico ed una negli USA. Parliamo di viaggi, di musica e poi, mentre gli racconto con il piacere di sempre di com’è nata la mia amicizia con Nik vengo interrotto dal rombo di due elicotteri militari che sorvolano la spiaggia a bassa quota. Quando finalmente si allontanano si è ormai persa tutta l’atmosfera che avevo cercato di creare con il mio racconto, spalleggiato dal sorriso complice del mio socio. Staranno cercando droga, faccio io con tono un po’seccato mentre rivolgo lo sguardo verso il cielo. No no, mi risponde Tania, il fatto è che stanotte pare siano caduti dei meteoriti, quindi stanno cercando dei resti qui nella zona. Dei meteoriti? – mi trovo a ripetere ancora una volta sempre più esterrefatto mentre Nik non riesce a trattenere una grassissima risata che sembra la continuazione di quella della notte prima- e tu come lo sai?
Bhè, di meteoriti ne cadono spesso qui in Messico, mi dice con quel tipico atteggiamento di tanti messicani, ben consapevoli di vivere in un mondo tutto a parte. Sì, ma come sai che i militari stanno cercando proprio dei meteoriti, la incalzo indispettito dalla sicurezza che ostenta.
E’ che poco fa siamo andate lì dove abbiamo fatto il falò ieri sera per vedere se per caso era rimasta dell’immondizia, e ci abbiamo trovato un tizio che stava seppellendo sotto la sabbia i resti della brace. In quel momento è passato il primo elicottero, e lui ci ha detto che cercavano tracce di alcuni meteoriti caduti la sera prima . Sembrava sicuro e ben informato, ed ha anche aggiunto di averli visti con i suoi occhi, in diversi momenti della notte.
Non ci posso credere, non può essere, ripeto con uno sgomento che si è già divorato tutto il mio scetticismo. Ma com’era fatto, me lo puoi descrivere?
Non saprei, risponde Tania, normale, faccia da brava persona, sui quaranta. Tutto qui? – la incalzo con insistenza da ispettore di polizia- non ti viene in mente nient’altro?
Ma che ne so, ci abbiamo parlato giusto un attimo, che vuoi che ti dica.
Certo, come no, meteoriti che cadono come se nulla fosse ed elicotteri dell’esercito che vanno in giro a raccoglierne i pezzi, dico indicando l’azzurro cielo messicano in un ultimo rigurgito di frustrata razionalità. Non è possibile, tutto questo è assurdo, per piacere, ma come si fa a credere ad una cosa del genere?
Io non ci vedo nulla di così assurdo, risponde con una tranquillità disarmante la nostra dottoranda in Fisica. Lo sai invece cos’è che è davvero incredibile? Mentre seppelliva il falò il tizio ha trovato il nostro cavatappi, e ce l’ha restituito. Ed io che ero sicura che l’avreste dimenticato lì e ormai già lo davo per perso!

Pubblicato da: antonico | luglio 30, 2009

Surrealmente Messico – Parte prima

dualitá

Il nostro movimento artistico
non é necessario in questo paese

André Breton
(parlando del Messico)

Sono trascorse due settimane da quando sono qui, ed è ora di provare a rompere uno degli incantesimi di questo nuovo mondo chiamato Messico, che continua a dissolvermisi davanti ogni qual volta mi sorprende anche solo immaginando di scrivere di lui. Allora dico facciamo un patto caro Messico, tu mi lasci scrivere ed io mi impegno a non scrivere mai di te come un dato di fatto, bensì esclusivamente della mia percezione soggettiva, evitando di cadere in qualsiasi pretesa di oggettività. Ti dirò di più, il Messico in sè non esiste, è solo un caleidoscopio con infinite fessure che nascondono miraggi e frammenti irricomponibili. Questa sembra compiacerlo, per cui è il caso di approfittarne ed andare avanti.
Senza mettere da parte quel fardello culturale carico di razionalità e scetticismo che come europei ci si porta dietro è impossibile raccapezzarsi in un paese come questo. Realtà e surrealtà qui coesistono allegramente, scambiandosi le parti con una continuità che rende impossibile distinguerle. La cosa più incredibile è che non accade nulla di incredibile, eppure anche dietro gli eventi più insignificanti c’è sempre qualcosa di magico, di non risolto, come un rovescio di quei sogni in cui sognamo situazioni così reali da farci dubitare del fatto che le abbiamo davvero sognate.

A volte però sì che ne succedono di cose strane

La mia prima notte a Mazunte, un paesino di mare sulla costa del pacifico che incarna perfettamente quella favola messicana presente nel nostro immaginario collettivo, mi trovavo in spiaggia attorno ad un piccolo falò. Assieme a me il mio grande amico e compagno di viaggi Nikolai, la sua inseparabile chitarra ed una bottiglia di Concha y Toro, a fare da testimone al nostro reincontro a quasi un anno dall’ultimo abbraccio che ci eravamo dati al Rastro di Madrid, a conclusione di un fortunato vagabondaggio tra Portogallo, Galizia e Asturia.
Ad un certo punto si iniziano a vedere dei lampi all’orizzonte, e visto che anche la legna non sembra volerne più sapere di bruciare decidiamo di incamminarci verso la nostra impareggiabile cabaña di legno e paglia incastonata come un nido in cima alla collina da cui si domina una vista da cartolina di tutta la baia. Nella frenesia di quelle decisioni improvvise con cui ci si muove in pochi secondi da un posto in cui si è stati e si sarebbe potuti rimanere ancora per ore, dimentico di prendere il mio zainetto. Me ne accorgo a metà del cammino, ancora in spiaggia, per cui dico a Nik di proseguire, e che lo raggiungerò alla cabaña. Nello zaino c’è solo un apribottiglie che ci avevano lasciato in prestito della ragazze, per cui mi incammino senza alcuna apprensione verso il falò, godendomi questo cielo messicano con la sua via lattea che in confronto alla nostra sembra un’autostrada. Quando sono ormai a pochi metri dal falò intravedo una sagoma che viene dall’altro lato della spiaggia e cammina verso di me. La cosa non mi intimorisce, in fondo non ho nulla che possa rubarmi, e poi ho pur sempre un apribottiglie da usare come arma impropria. Una volta recuperato lo zaino siamo ormai a pochi passi l’uno dall’altro, e visto che dobbiamo camminare nella stessa direzione mi avvicino a salutarlo.
Non avrà nemmeno 40 anni, un taglio degli occhi marcatemente “orientale” e lineamenti rassicuranti. Risponde al mio saluto con quel sorriso timido e cordiale dei messicani che ho già imparato a conoscere.
Da come è vestito sembra essere del luogo, ma con sè non ha nessun arnese da lavoro e non è chiaro cosa ci faccia camminando da solo in spiaggia nel bel mezzo notte. Ero al falò con un amico, gli dico per rompere il ghiaccio, ma visto che c’è questo bel temporale in arrivo abbiamo pensato fosse meglio tornarcene alla nostra cabaña. Ma no, mi fa lui con estrema disinvoltura, non ci sarà nessun temporale, quelle luci che hai visto lì in fondo sono dei meteoriti in caduta. Meteoriti? – ripeto per essere sicuro di aver capito bene la parola- senza riuscire ad trattenere una risatina scettica. Certo, mi risponde senza scomporsi, non hai notato che il bagliore che emanano è totalmente diverso da quello di un temporale?
Istintivamente rivolgo lo sguardo verso la lunga linea dell’orizzonte, dove l’Oceano non incontra terra ferma per migliaia di kilometri, ma non si intravede più nessun bagliore. Lo vedi, mi dice l’omino non senza un certo compiacimento, se si trattasse di un temporale si dovrebbero continuare a vedere i lampi, mentre invece i meteoriti cadono solo in un dato momento, anche se a volte capita che nella stessa notte l’evento si ripeta a distanza di poco tempo, come se cadessero a grappoli. Stanotte ad esempio io ho notato i primi bagliori mentre ero semiappisolato sull’amaca, e quindi sono venuto in spiaggia per poter vedere meglio. Lo studio attentamente mentre si prodiga nella sua spiegazione del fenomeno e la cosa più sconcertante è non tradisce nessun segno di squilibrio mentale nè il benchèminimo stato di coscienza alterato. Quel che ha appena detto è totalmente privo di fondamento, in fondo il temporale potrebbe essersi allontanato o diradato a gran velocità, eppure le sue parole mi turbano, e mentre proseguo a camminare dopo avergli augurato la buonanotte non riesco a liberarmi di una certa inquietudine che mi accompagna.

Continua domani con la seconda parte..

Mazunte

Pubblicato da: antonico | luglio 16, 2009

Risvegli

Mi sveglio all’alba stavolta, per vedere il vulcano senza le nubi attorno, per chiamare prima che sia troppo tardi, al disperato inseguimento di quel primo mondo che si ostina a voler correre 8 ore in avanti. Ma é giá tardi, tardi per tornare, ed é presto, sempre troppo presto per essere raggiunto. Da oggi sei piú lontana, ancora di piú, e quindi piú lontano anch’io, da te e da quello stivale che riuscivi a far risplendere anche mentre tutto il resto lo ricopriva di fango. Epilogo o solo momento, chi lo sa? In fondo Rayuela, il Gioco del Mondo si puó leggere in ordine sparso vero? Julio annuisce, accarezzandosi la barba lunga un po’ piú della mia.
No, non ci fumo su, che le sigarette al mattino non le sopporto. Piuttosto salgo su, su quel colle con una croce, il Cerro de la Cruz, e da lí provo a guardare le cose da un’altra ottica.
E’ ancora piú bella Antigua vista da quassú, mentre ancora si sveglia,
linda come il tuo viso senza trucchi al mattino.
Cosí bella che posso ripatire, lasciarla qui, perché so che ormai la porteró con me.

Seguono in ordine sparso infuocati scuola bus in mano ad autisti capaci di trasformare la Antigua-Guatemala in Indianapolis, minibus a gestione familiare con un paio di passeggeri per metá fuori del portellone (che quindi pagano per uno), tassisti dal petto villoso con camicia a fantasie tropicali ed occhiali alla John Belushi ed il loro inesistente senso del tempo, scaricatori di bagagliai di gloriose autolinee che mi rimediano un posto fra una cassa che ospita due anatre starnacchianti ed aggressive e due guatemaltechi pieni di domande, il tutto intramezzato da una serie di soste surrealiste nel bel mezzo del nulla (perché fermarsi alle stazioni di servizio quando si puó fare un’allegra pisciata in compagnia sul bordo di una strada a due corsie?)

Poi le soste si diradano, e cosí i pensieri, quelli della mattina, che si sciolgono pian piano nel moto sincopato del Bus e nella strada buia che lo risucchia. Il sonno é breve, ma lungo.
Riapro gli occhi, accarezzato da un soffio d’aria che é riuscito a trovare gli spifferi giusti. E’ come acqua nella piú secca delle seti. Guardo fuori, dove la notte si é fatta ancora piú notte. Nemmeno una luce, solo le stelle, e la strada che scorre e si rivela, come fosse il Bus stesso, muovendosi, a crearla. Sono Solo, in mezzo ad un nulla che mi é piú familiare ed intimo del letto di casa mia. Solo, in un bus sgangherato che si fa strada verso la grande frontiera messicana. Solo, e con ancora tanta notte davanti a me.
E’ un’emozione che mi inebria, mi riempie di gioia, che mi stringe forte i polmoni, facendomi sentire come avessi due cuori, per poi spalancarli in un lungo e lento inspirare..

E’ tutto lí, in quel momento, il mio gioco del mondo..

E’ la vita piú bella della mia vita.

Pubblicato da: antonico | luglio 13, 2009

Travel must go on

Dopo una settimana nell’occhio del ciclone hondureño sento che é tempo di muovermi, di lasciare Tegicigalpa. Travel must go on, é la dura legge che ogni viaggiatore ben conosce. Dura perché viaggiando si costruiscono relazioni fortissime in un lasso di tempo incredibilmente breve, volti e nuovi nomi che al salutarli ti si stringe il cuore, come fossero amici di lunga data. L’intimitá e la solidarietá che si riescono a raggiungere con le persone incontrate in Viaggio é forse ció di cui piú si sente la mancanza una volta tornati tra le barriere e gli egoismi che contraddistinguono la vita stanziale, specie quella nelle cittá. Sentimenti e legami che si stringono in maniera ancora piú forte e spontanea quando ci si trova a condividere giornate drammatiche come quelle appena trascorse nel paese. I sospiri sono tanti, ma travel must go on, e cosí mi ritrovo a montare al volo, come mio solito, su un bus in corsa, diretto verso nord. Una volta seduto la mente si rilassa, ed inizia a sciogliere la lunga e policroma pellicola inaugurata al mio arrivo in questa cittá decorata di militari e di scritte antigolpe ad ogni angolo. Il pensiero va quasi subito alle persone che piú mi vogliono bene, e che certamente saranno contente di sapere che non sono piú “in prima linea”, come ha detto qualcuno. In tanti mi hanno cercato in questi giorni, esprimendomi la loro grande preoccupazione , ma anche facedomi sentire la loro vicinanza, che é stata preziosa. Tra queste anche una delle voci a me piú care in assoluto, che mi chiedeva con veemenza quali fossero le ragioni che mi avevano indotto a “ficcarmi in mezzo a quel bordello”, e a volerci ancora rimanere. Con la domanda veniva anche in omaggio una risposta, che visto l’alto grado di conoscenza tra noi non mi sento di scartare. Non staró qui a dilungarmi (anche se so che adesso sarete morbosamente curiosi!!), vi basti sapere che la mia controrisposta si puó riassumere nella frase di Burroughs che campeggia lassú in alto. Senza dubbio peró le buone domande, quelle dirette, specie quando vengono da qualcuno a noi caro sono una preziosa occasione per riflettere, e per guardarsi dentro. E non importa se l’infante in braccio alla giovane mamma seduta accanto a voi per un viaggio di sette ore con le sue grida ha giá causato irreparabili danni al vostro sistema nervoso, queste sono occasioni da non perdere! Poi si sa, tutti i bambini prima o poi si addormentano, ed é lí che arriva la risposta. Tornano alla mente le centinaia di volti che mi sono comparsi davanti durante le manifestazioni, le tantissime persone che mi hanno offerto spontaneamente la loro testimonianza, che mi hanno incitato ed aiutato a fotografare quanto stava avvenendo. Per quelle persone, essendo bianco, io ero automaticamente un giornalista, o comunque qualcuno in grado di aiutarli a far sapere al mondo la veritá su quanto stava avvenendo nel paese. Era questa fiducia, questa loro grande speranza, a permettermi di muovermi liberamente tra i cordoni, di superare gli assemblamenti di persone per ascoltare, riprendere, fotografare. Ed era questa loro fiducia, speranza ed aspettativa a spingermi a farlo, anche mentre il fischio dei proiettili spazzava via la gran parte dei giornalisti di mestiere presenti. In Italia, si sa, con 27 anni, un laurea, un master e qualche stage non pagato non sei nessuno. Se poi hai anche dei genitori alle spalle e due nonni di una bontá unica al mondo non ti resta nemmeno la consolazione di poterti definire precario a tutti gli effetti.
In viaggio sei un viaggiatore, e puoi essere chi vuoi, ma sei sempre un bianco in terre meticce, alla costante ricerca di un equilibrio tra l’evitare che qualcuno si aprofitti di te ed evitare di essere tu l’approfittatore, portando via da un luogo piú di quanto vi lasci.
In entrambi i casi non hai né un’identitá né un ruolo nel contesto sociale in cui ti ritrovi, un’anomia che alla lunga puó risultare alquanto frustrante. A Tegucigalpa ho sentito di averla un’identitá, un ruolo, e di esserne gratificato, non giá perché qualche rivista stesse pubblicando quel che scrivevo, ma perché era la gente ad attribuirmelo, il loro sguardo a dare un senso al mio essere lí.

Ero arrivato con in testa la canzone dei Fabulosos Cadillac “Mal Bicho”,
me ne vado con in testa il loop di questa qui sotto di Maná..
Ogni volta che la canto il pensiero vola alla persona che ha suscitato le riflessioni qui sopra. E se non é una dedica questa…

Pubblicato da: antonico | luglio 7, 2009

La bloody sunday di Tegucigalpa

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Domenica 5 luglio resterá una data indelebile nella storia dell’Honduras. A sette giorni dal colpo di stato, sette giorni di continue manifestazioni e di intense riunioni degli organismi internazionali, Tegucigalpa si sveglia in un’atmosfera di ingannevole tranquillitá. Alle 10 di mattina il segnale di Radio Globo, l’unica emittente radio nazionale capace di eludere la censura del nuovo governo, riprende di colpo a trasmettere, ed riempie l’aria in maniera fulminea e dirompente, come fosse un’aquazzone tropicale. Dagli stereo dei malandati autobus locali, dagli altoparlanti che campeggiano fuori dai negozi di vestiti e dalle radioline che portano al collo i vecchietti che si aggirano per la piazza viene fuori una sola, unica voce. E’ quella del presidente deposto con le armi Manuel Zelaya, che da Washington si rivolge al popolo hondureño, annunciando che é sul punto di decollare per fare ritorno nel paese. L’annuncio ha un effetto quasi immediato, come fosse una sveglia collettiva, e col passare dei minuti le strade si riempiono di sostenitori del presidente che si dirigono verso l’aeroporto per accoglierlo. Anche la reazione del governo golpista non si fa attendere. Alle 10.30 tutti i voli in entrata e in uscita dall’areoporto di Tegucigalpa sono giá stati cancellati, mentre viene dichiarata la chiusura dell’intero spazio aereo nazionale. I militari circondano in forze le recinzioni e formano un doppio cordone assieme alle forze di polizia, bloccando la via di accesso allo scalo areoportuale. Aldilá del cordone un serpentone di migliaia di persone di cui non si arriva a scorgere la coda invoca a gran voce il ritorno del presidente, mantenendo calma e determinazione nonostante il trascorrere delle ore. La situazione é in stallo totale, e tutto lascia pensare che il nuovo governo formato dalla vecchia oligarchia del paese non lascerá che i sostenitori di Zelaya raggiungano l’entrata dell’aeroporto, sul cui tetto sono giá appostati diversi franchi tiratori. Poi, all’improvviso, il colpo di scena. Le forze di polizia, di gran lunga piú democratiche e vicine che l’esercito al deposto governo di Zelaya, decidono di permettere l’avanzata della manifestazione. Una scelta che puó spiegarsi con la prospettiva di un’imminente ritorno del presidente, con la pressione esercitata da una miriade di persone che esplodono in un moto di gioia collettiva quando si aprono i cordoni, o forse con i tragici avvenimenti che l’esercito propizierá di lí a poco. La moltitudine festosa applaude la polizia che si ritira, e si riversa pacificamente tutt’intorno all’aeroporto, asserraggliandosi di fronte alle recinzioni. Si respira un’atmosfera surreale, quasi di attesa messianica, mentre dietro le recinzioni cresce il dispiegamento di uomini e mezzi militari. E’ come se sequestrandolo e portandolo fuori dal paese i golpisti abbiano investito Manuel Zelaya di un aurea mitologica, facendogli guadagnare un sostegno politico ed emotivo che va ben oltre quello su cui poteva contare fino a quando era al potere. Oltre 150.000 persone rivolgono ripetutamente lo sguardo al cielo in un impressionante scenario di mimesi collettiva, nella speranza di scorgere l’aereo che trasporta il presidente. Passano le ore, e cresce l’impazienza della gente, che vorrebbe entrare nel recinto areoportuale per impedire che il presidente venga arrestato non appena mette piede fuori dall’aereo. Molti iniziano a recidere le recinzioni, ma continua a predominare un grande senso di responsabilitá collettiva, e nessuno si azzarda a varcarle. Il camioncino che coordina la manifestazione, davanti alla pressione dei manifestanti che si fa sempre piú incontrollabile si avvicina e si rivolge ripetutamente ai militari, esortandoli a non aprire il fuoco contro il loro popolo e a disertare qualsiasi ordine in tal senso. L’appello viene ripetuto piú e piú volte, e sembra avere efficacia, riportando alla calma anche gli animi dei manifestanti. Poi, senza alcun preavviso, e senza che nulla potesse giustificarlo, si scatena l’inferno. I militari aprono il fuoco sulla folla inerme e disarmata, e le detonazioni dei fucili si alternano a quelle dei lancia lacrimogeni. Gli spari sono intensi, come si trattasse di un conflitto a fuoco, ma provengono da una parte sola. Quelle migliaia di persone che poco prima rivolgevano il loro sguardo verso il cielo si ritrovano faccia a terra, come fossero in una trincea. Un tappeto umano che appare e scompare tra le nuvole dei gas, e del quale mi ritrovo a far parte anche io. Cerco di utilizzare la maglietta come maschera, ma gli occhi si infiammano e la gola mi si stringe in una morsa tossica, riportandomi tutto d’un colpo ad un altro luglio di fuoco, quello del 2001 a Genova. Poi gli spari diminuiscono, e la gente inizia a reagire, scagliando un fiume di pietre contro i militari che indietreggiano a testuggine.DSC02815 Poco a poco i gas si diradano, aprendo la vista ad un orribile scenario di guerra, con decine di corpi che giacciono al suolo, tra gemiti e rivoli di sangue.
Due di loro non si rialzeranno piú. Sono due ragazzini, il piú grande di 19 anni, freddati con un colpo alla nuca partito dai fucili di precisione dei francotiratori. Lo spauracchio del bagno di sangue agitato dal cardinale Oscar Rodriguéz il giorno prima, nel tentativo di far desistere Zelaya dall’intenzione di tornare nel paese, si é fatto realtá. Mentre le ambulanze si portano via i vivi e i morti, e le lacrime dei gas si confondono con quelle di dolore, lo sguardo degli honduregni all’improvviso torna a rialzarsi. In cielo é comparso l’aereo del presidente Zelaya, che sorvola ripetutamente l’aeroporto come a cercare la manovra giusta per atterrare. La disperazione si trasforma in entusiasmo, in quello che é il passaggio piú denso e contraddittorio di questa imprevedibile saga centroamericana. Le camionette dei militari si muovono rapidamente all’interno dell’aeroporto, parcheggiandosi di traverso su entrambe le piste per impedire l’atterraggio del velivolo. L’aereo continua a volteggiare per almeno dieci minuti sul cielo di Tegucigalpa, quasi a salutare quelle migliaia di nasi all’insú, mentre i militari si sdraiano al suolo come dei soldatini, tornando a puntare i loro fucili contro i manifestanti. Poi, dopo un ultimo giro, l’aereo scompare. Vista l’impossibilitá di atterrare, Zelaya fará rotta su El Salvador, dove lo aspettano il presidente dell’Ecuador Rafael Correa e la presidentessa argentina Cristina Kirchner, che erano pronti a raggiungerlo in Honduras nel caso fosse riuscito a rimetterci piede. E’ l’ultimo atto di questa domenica 5 di luglio, che ha visto la piú grande manifestazione della storia del paese, la prima per moltissimi giovani, coetanei dei due ragazzi che hanno perso la vita. Una giornata che rappresenta solo un capitolo della piú lunga storia che questo popolo dovrá saper scrivere per poter conquistare la democrazia. Una storia di cui questi ragazzi di oggi potranno essere i grandi protagonisti.

Antonio Laforgia
uscito sul settimanale Left il 10/07/09

Pubblicato da: antonico | luglio 6, 2009

Honduras, golpisti assassini!

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Scrivo da casa di un honduregno, professore di Sociologia qui a Tegucigalpa, che mi ha concesso di usare il suo pc visto che il coprifuoco, oggi imposto giá a partire dalle 18.30, non mi permette di accedere a nessun internet café. Questo 5 luglio resterá indelebile nella storia dell’Honduras, cosí come in quella, ben piú piccola, della mia vita.
Ero all’areoporto giá dalla mattina presto, per assistere al tentativo di rientro nel paese del presidente Manuel Zelaya, e alle manifestazioni popolari in suo sostegno. Ho visto un pueblo enorme, festoso, determinato e pacifico, riversarsi come un fiume nelle strade che conducono all’areoporto. DSC02661 Ho visto i cordoni della polizia e dei militari dapprima farsi piú stretti ed ostili e poi, davanti all’avanzata pacifica ma inarrestabile di migliaia di uomini, donne e bambini, retrocedere. Con una compattezza, un senso di responsabilitá ed una forza d’animo ormai sconosciute alle manifestazioni del “primo mondo”, li ho visti asserragliarsi di fronte alle recinzioni dell’areoporto, attendendo di acclamare il presidente che hanno eletto democraticamente. La polizia si é fatta man mano da parte, guadagnandosi gli applausi dei manifestanti in quella che sembrava sempre di piú una giornata di riconciliazione nazionale.
Negli sguardi dei reparti della celere non c’era piú odio, indifferenza, bensí profonda comprensione, solidarietá. Le esplosioni di gioia collettiva che seguivano alle notizie del presidente Zelaya in volo per Tegucigalpa sembravano emozionare anche loro, sempre piú restii a prendere parte a qualsiasi azione repressiva contro il proprio popolo. DSC02847
Dietro le recinzioni dell’aeroporto peró, cresceva il numero di militari asserragliati in posizione da combattimento. Nonostante le pose minacciose dell’esercito i manifestanti non si scomponevano, mantenendo la calma ed l’autocontrollo ed esortando i militari ad unirsi alla lotta del popolo. Dopo circa due ore in questa posizione di stallo diversi manifestanti, alcuni armati di tronchesi, iniziano ad aprire dei varchi nelle recinzioni, senza che peró nessuno di loro mettesse nemmeno un piede nella zona areoportuale. A quel punto il furgone dotato di microfoni che coordinava la manifestazione si avvicina alle recinzioni e lo speaker, rivolgensodi ripetutamente ai militari li esorta a non compiere nessuna azione violenta contro la gente e di disertare qualsiasi ordine in tal senso. Nonostante l’aria sia permeada di tensione l’autodisciplina dei manifestanti non lascia presagire nulla di quel che accadrá di lí a poco. In molti sono persino seduti sul prato e nessuno impugna armi né assume atteggiamenti intimidatori verso i militari, tanto che nei pressi delle recinzioni si aggirano anche donne e ragazzini. Poi, come sempre, tutto accade in un attimo. Senza alcun preavviso, senza il benchéminimo pretesto, i militari aprono il fuoco. Sono secondi interminabili, dove i colpi di arma da fuoco si confondono con quelli dei lancialacrimogeni. Gli spari sono intensi, come si trattasse di un conflitto a fuoco, ma provengono da una parte sola. Mi asserraglio assieme ad altri dietro un muretto di pietra, totalmente aquattato al suolo come fossi in una trincea. E’ una trappola infernale. Sarebbe folle alzarsi in piedi e scappare, ma diventa sempre piú difficile respirare in mezzo a tutti quei lacrimogeni. La gente é atterrita, distesa in un tappeto umano che appare e scompare tra le nuvole dei gas. Sono a torso nudo, e cerco di usare la maglietta come maschera, mentre gli occhi iniziano a lacrimare e la gola mi si stringe in una morsa tossica, riportandomi tutto d’un botto a un altro luglio di fuoco, quello di otto anni fa a Genova. A quel punto mi strizzo gli occhi ed alzo lo sguardo per cercare di capire che sta succedendo attorno a me. Gli spari non accennano a diminuire, e la gente é asserragliata ovunque. Vedo un ragazzo alzarsi alla mia destra, sará a non piú di 6-7 metri da me, mi giro dall’altro lato per vedere se altri fanno lo stesso, e poi , proprio da destra, uno sparo ed un grido, quasi all’unisono. Altre grida, i colpi cessano, la gente si rialza e fugge ed io con loro, alla cieca, visto che i pochi secondi con gli occhi aperti mi hanno scatenato un bruciore infernale su tutto il viso. Quando recupero la vista la gente ha iniziato a reagire, scagliando un fiume di pietre contro i militari, che indietreggiano a testuggine. Intorno al punto dov’ero sdraiato si concentrano diverse persone, gridando e chiedendo un’ambulanza. Mi avvicino anch’io, con un groppo in gola che quasi mi strozza, e lui é lí. E’ il ragazzo di prima, quello che fino a due minuti prima correva cercando una via d’uscita dall’inferno. Ora é giá in paradiso, anche se il sangue denso continua a scorrere a fiumi dalla sua testa. E’ la prima vittima di questo colpo di stato e dei suoi brutali artefici. Un assassinio mirato, comandato, con un proiettile partito dal fucile di un franco tiratore e diretto al cranio di un ragazzo di non piú di vent’anni, colpevole di lottare per la democrazia e la libertá nel suo paese. Pochi minuti dopo verró a sapere che c’é stato anche un altro morto, frutto della stessa barbarie mirata. E’ un bambino, non avrá piú di dieci anni.

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Davanti a questo smetto di scrivere,
perché le dita mi si bloccano,
perché il silenzio é rispetto,
perché tutto il resto viene dopo..

Pubblicato da: antonico | luglio 5, 2009

Honduras, verso un’altra domenica di fuoco

L’articolo va scritto in fretta, sono giá le 20 qui a Tegucigalpa e fra un’ora scatterá il consueto coprifuoco, fino alle 6 di domani mattina. Ma basta guardare fuori dalla finestra di questo internet café per rendersi giá conto che non sará un sabato sera come gli altri. E’ appena terminato l’incontro di calcio Honduras-Haiti, vinto sul filo di lana da “los bicolores”, ma la gente si affretta a tornare verso casa, e nessuno, nemmeno tra quelli che sostengono l’assoluta normalitá della situazione, sembra aver voglia di festeggiare. Sono trascorsi sei giorni dal colpo di stato, sei giorni di continue manifestazioni,a favore e contro il deposto presidente, e di intense mobilitazioni diplomatiche. Sul fronte internazionale, l’ultimo colpo al nuovo illegittimo governo golpista é arrivato nel pomeriggio da Washington. L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), scaduto l’ultimatum di 72 ore che aveva dato al paese per ristabilire l’ordine democratico, ne ha decretato la sospensione a tempo indeterminato dal massimo organismo politico continentale. Una decisione storica, che trova un precedente solo nel 1962 con l’esclusione di Cuba, peraltro riammessa nell’organizzazione nel giugno di quest’anno proprio a seguito di una riunione tenutasi in Honduras. Purtroppo peró, l’azione della comunitá internazionale sembra avere un effetto boomerang sull’opinione pubblica del paese. Difatti molti honduregni, sottomessi ad una propaganda mediatica intensa ed orchestrata dall’alto, sono in preda a confusi sentimenti nazionalisti e vivono come un ingerenza le forti prese di posizione degli organismi internazionali. I media alternano l’ ossessiva riproposizione delle immagini delle manifestazioni in favore del governo a notizie surrealiste mirate ad agitare lo spauracchio di Chavéz. Il risultato é che a volte, parlando con gli honduregni favorevoli al golpe, il tutto si risolve in vaghe e decise prese di posizione contro Chávez, considerato una minaccia per la democrazia, senza che lo stesso criterio si estenda al modus operandi di questo nuovo governo golpista. Le manifestazioni in favore del presidente legittimo Manuel Zelaya vengono sistematicamente occultate dai media di regime, gli unici autorizzati ad operare nel paese, e quando ció non é possibile vengono additate come violente, adducendo le immagini di un paio di vetrine rotte.
Zelaya ha annunciato che domani fará ritorno nel paese, accompagnato dai presidenti di Argentina ed Ecuador, ed ha chiesto ai suoi sostenitori un appoggio massiccio e pacifico. Dal canto suo il governo golpista, che non si mostra affatto intimorito dalle pressioni della comunitá internazionale, garantisce di avere in mano ordini di arresto che renderá esecutivi non appena Zelaya metta piede nel paese. Oggi anche la chiesa ha assunto una posizione ufficiale, che ricorda gli episodi piú bui della recente storia latinoamericana. Per bocca del Cardinale Oscar Rodriguéz le autoritá religiose hanno lasciato intendere che appoggiano il processo politico in atto nel paese ed hanno chiesto al presidente Zelaya di desistere dall’idea di ritornare, per evitare un “bagno di sangue”.. Zelaya ha confermato che domattina atterrerá all’aereoporto di Tegucigalpa, per quello che potrebbe essere l’ennesimo colpo di scena di questa vicenda. L’Honduras, con il fiato sospeso, si appresta a vivere un’altra domenica di fuoco dopo quella che ha portato al sequestro e alla destituzione del presidente.
E cosí mi appresto a viverla anche io, a viverla, e a cercare di raccontarvela.
Ora é tardi, é notte, é coprifuoco.

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