Pubblicato da: antonico | luglio 6, 2009

Honduras, golpisti assassini!

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Scrivo da casa di un honduregno, professore di Sociologia qui a Tegucigalpa, che mi ha concesso di usare il suo pc visto che il coprifuoco, oggi imposto giá a partire dalle 18.30, non mi permette di accedere a nessun internet café. Questo 5 luglio resterá indelebile nella storia dell’Honduras, cosí come in quella, ben piú piccola, della mia vita.
Ero all’areoporto giá dalla mattina presto, per assistere al tentativo di rientro nel paese del presidente Manuel Zelaya, e alle manifestazioni popolari in suo sostegno. Ho visto un pueblo enorme, festoso, determinato e pacifico, riversarsi come un fiume nelle strade che conducono all’areoporto. DSC02661 Ho visto i cordoni della polizia e dei militari dapprima farsi piú stretti ed ostili e poi, davanti all’avanzata pacifica ma inarrestabile di migliaia di uomini, donne e bambini, retrocedere. Con una compattezza, un senso di responsabilitá ed una forza d’animo ormai sconosciute alle manifestazioni del “primo mondo”, li ho visti asserragliarsi di fronte alle recinzioni dell’areoporto, attendendo di acclamare il presidente che hanno eletto democraticamente. La polizia si é fatta man mano da parte, guadagnandosi gli applausi dei manifestanti in quella che sembrava sempre di piú una giornata di riconciliazione nazionale.
Negli sguardi dei reparti della celere non c’era piú odio, indifferenza, bensí profonda comprensione, solidarietá. Le esplosioni di gioia collettiva che seguivano alle notizie del presidente Zelaya in volo per Tegucigalpa sembravano emozionare anche loro, sempre piú restii a prendere parte a qualsiasi azione repressiva contro il proprio popolo. DSC02847
Dietro le recinzioni dell’aeroporto peró, cresceva il numero di militari asserragliati in posizione da combattimento. Nonostante le pose minacciose dell’esercito i manifestanti non si scomponevano, mantenendo la calma ed l’autocontrollo ed esortando i militari ad unirsi alla lotta del popolo. Dopo circa due ore in questa posizione di stallo diversi manifestanti, alcuni armati di tronchesi, iniziano ad aprire dei varchi nelle recinzioni, senza che peró nessuno di loro mettesse nemmeno un piede nella zona areoportuale. A quel punto il furgone dotato di microfoni che coordinava la manifestazione si avvicina alle recinzioni e lo speaker, rivolgensodi ripetutamente ai militari li esorta a non compiere nessuna azione violenta contro la gente e di disertare qualsiasi ordine in tal senso. Nonostante l’aria sia permeada di tensione l’autodisciplina dei manifestanti non lascia presagire nulla di quel che accadrá di lí a poco. In molti sono persino seduti sul prato e nessuno impugna armi né assume atteggiamenti intimidatori verso i militari, tanto che nei pressi delle recinzioni si aggirano anche donne e ragazzini. Poi, come sempre, tutto accade in un attimo. Senza alcun preavviso, senza il benchéminimo pretesto, i militari aprono il fuoco. Sono secondi interminabili, dove i colpi di arma da fuoco si confondono con quelli dei lancialacrimogeni. Gli spari sono intensi, come si trattasse di un conflitto a fuoco, ma provengono da una parte sola. Mi asserraglio assieme ad altri dietro un muretto di pietra, totalmente aquattato al suolo come fossi in una trincea. E’ una trappola infernale. Sarebbe folle alzarsi in piedi e scappare, ma diventa sempre piú difficile respirare in mezzo a tutti quei lacrimogeni. La gente é atterrita, distesa in un tappeto umano che appare e scompare tra le nuvole dei gas. Sono a torso nudo, e cerco di usare la maglietta come maschera, mentre gli occhi iniziano a lacrimare e la gola mi si stringe in una morsa tossica, riportandomi tutto d’un botto a un altro luglio di fuoco, quello di otto anni fa a Genova. A quel punto mi strizzo gli occhi ed alzo lo sguardo per cercare di capire che sta succedendo attorno a me. Gli spari non accennano a diminuire, e la gente é asserragliata ovunque. Vedo un ragazzo alzarsi alla mia destra, sará a non piú di 6-7 metri da me, mi giro dall’altro lato per vedere se altri fanno lo stesso, e poi , proprio da destra, uno sparo ed un grido, quasi all’unisono. Altre grida, i colpi cessano, la gente si rialza e fugge ed io con loro, alla cieca, visto che i pochi secondi con gli occhi aperti mi hanno scatenato un bruciore infernale su tutto il viso. Quando recupero la vista la gente ha iniziato a reagire, scagliando un fiume di pietre contro i militari, che indietreggiano a testuggine. Intorno al punto dov’ero sdraiato si concentrano diverse persone, gridando e chiedendo un’ambulanza. Mi avvicino anch’io, con un groppo in gola che quasi mi strozza, e lui é lí. E’ il ragazzo di prima, quello che fino a due minuti prima correva cercando una via d’uscita dall’inferno. Ora é giá in paradiso, anche se il sangue denso continua a scorrere a fiumi dalla sua testa. E’ la prima vittima di questo colpo di stato e dei suoi brutali artefici. Un assassinio mirato, comandato, con un proiettile partito dal fucile di un franco tiratore e diretto al cranio di un ragazzo di non piú di vent’anni, colpevole di lottare per la democrazia e la libertá nel suo paese. Pochi minuti dopo verró a sapere che c’é stato anche un altro morto, frutto della stessa barbarie mirata. E’ un bambino, non avrá piú di dieci anni.

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Davanti a questo smetto di scrivere,
perché le dita mi si bloccano,
perché il silenzio é rispetto,
perché tutto il resto viene dopo..


Risposte

  1. You couldn’t be more on the money!


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