Tikal è un nome di una potenza evocativa debordante, quasi ipnotica, per tutti coloro che subiscono il fascino della civiltà Maya.
La più grande città maya mai esistita si trova nel nord del Guatemala, nella selvaggia regione del Petèn, in mezzo ad una giungla sterminata ed impenetrabile che per secoli l’ha tenuta nascosta ai conquistadores europei. Per giorni ho lanciato continui messaggi subliminali al mio compagno di viaggio Nik, meno entusiasta di me all’idea di dare al viaggio un’impronta archeologica, associando all’ossessiva ripetizione della parola Tikal le espressioni facciali più intriganti e misteriose che mi venivano. Per la verità nemmeno a me entusiasmava l’idea di vivere la tipica giornata archeologica condita di maxi gruppi turistici, sequela ossessiva di foto e negozietto kitch a chiudere in bellezza. Ed infatti avevo in mente ben altro, ma questo Nik l’avrebbe saputo soltanto poco prima di arrivare sul posto. Intanto l’avevo convinto a fare rotta su Tikal, impresa non facile, visto che implicava abbandonare il tanto amato Messico e per di più lungo un cammino che non è esattamente quello indicato sulle guide turistiche. Avevo sentito dire che lungo il fiume Usumacinta, che segna la frontiera tra i due paesi, ci sono alcuni scafisti che in cambio di tutti i tuoi ultimi pesos sono disposti a portarti dall’altro lato, in territorio guatemalteco. E cosí, la Selva di Lacandona, attraverso cui pensavamo di raggiungere Palenque, si riveló la nostra porta d’uscita segreta dal Messico. L’unica ragione per avere un piano – ripeto a Nik con un ghigno soddisfatto mentre un improbabile ufficiale di frontiera minorenne ci appone il timbro d’uscita – è che ti permette di mandarlo a rotoli e di improvvisare.
Il Guatemala è lì di fronte, sull’altra riva del grande fiume Usumacinta, la cui importanza per lo sviluppo della civiltà Maya mi ricorda quella che ebbe l’Urubamba per gli Inca. In una ventina di minuti la lancia ci transita, non senza qualche difficoltà, ad un piccolo approdo sul versante guatemalteco. La vista di entrambi i lati dell’Usumacinta, con le famiglie di indigeni che fanno il bagno e lavano i loro panni dai colori sgargianti, mi ricorda che la frontiera che stiamo attraversando è soltanto una distinzione geopolitica dell’epoca moderna, che trasforma in un ostacolo quello stesso fiume che per secoli è stato un vettore della comune identità culturale dei popoli Maya. Mai come per queste genti, le strette norme delle politiche migratorie rappresentano una violazione al diritto ad esistere come individui e come membri di un’unità culturale ben più antica di qualsiasi cartina geografica.
Appena il tempo di montare sul primo mezzo di trasporto pubblico (la dizione “chicken bus”, così comune fra gli stranieri in viaggio in America latina mi sembra inappropriata ed offensiva, mentre quella di autobus sarebbe fuorviante per il lettore europeo), che si scatena una spaventosa tempesta tropicale. La pioggia ed un paio di cambi di vettura allungano i tempi del viaggio, e quando mancano ancora una cinquantina di kilometri a Tikal sono già le quattro del pomeriggio. Nik, sapendo che l’area archeologica chiude alle sei mi fa notare la cosa, chiedendomi se non sia meglio dormire in zona e rimadare la visita al giorno seguente. A me il nostro ritardo non fa altro che fornire ulteriori pretesti per il mio piano segreto. E’arrivato il momento di rivelarglielo. Men – gli dico ricorrendo all’inglese per evitare orecchie indiscrete – in fondo che senso ha visitare un luogo come Tikal, con tutta la sua mistica, assieme a centinaia di persone dotate di fucili di precisione fotografici, guide multilingue ed abbigliamento tecnico da viaggio made in china? Nik mi lancia un’espressione di limpido assenso, come a dire che era proprio quest’aspetto della visita a Tikal a lasciarlo perplesso. Immagina invece – continuo ringalluzzito – che spettacolo sarebbe fermarsi lì di notte, dopo la chiusura, e godersi la città perduta dei Maya tutta per noi, ricoperti di quel cielo stellato che tanto sapevano osservare, fino a vedere le immense piramidi rischiarate dalle prime luci dell’alba. Nik sembra intrigato, glielo si legge negli occhi, ma anche perplesso, da buon danese, all’idea di una così manifesta violazione delle regole. So di gente che l’ha fatto – agggiungo per cercare di dare un tocco di normalità alla cosa – e tra l’altro pare che se si viene scoperti si puó sempre convincere i guardiani a chiudere un occhio.. A quel punto si intromette nel discorso, con insopportabile pedanteria, un’occhialuta e bianchiccia viaggiatrice inglese, che dopo averci informati del fatto che anche lei aveva avuto la stessa intuizione ci cita a memoria un passaggio della Lonely Planet dove si dice che i tempi in cui si poteva dormire in cima al tempio IV di Tikal corrompendo uno dei guardiani sono ormai andati. Vorrei maltrattarla con il mio peggiore inglese ma preferisco non dare segni di nervosismo davanti a Nik e cercare di lasciar cadere quanto prima l’indesiderata conversazione. Me ne dà occasione una coppia di spagnoli (baschi, perdón!) seduta sui sedili davanti ai nostri. Contando sull’afffinità culturale che mi lega agli spagnoli (ooops!) e su una primissima buona impressione, dopo qualche rapido scambio di battute decido di informarli del nostro piano. L’idea li entusiasma, e quando pochi minuti dopo il bus ci scarica assieme ai nostri zainoni davanti all’ingresso di Tikal siamo già tutti e quattro uniti da una magica complicità, mentre la befana d’oltremanica si allontana con un misto di invidia e biasimo, per la gioia di chi scrive che già l’aveva eletta come la peggiore dei portasfiga. Sono già le 17 e dobbiamo ancora trovare un posto sicuro dove lasciare gli zaini e comprare acqua e cibo a sufficienza per passare una notte nel mezzo della giungla. La nostra più grande preoccupazione è che un ingresso troppo a ridosso della chiusura possa destare eccessivi sospetti. Ad ogni modo tutti i bigliettti comprati dopo le 15 sono validi anche per il giorno seguente, e la cosa ci rassicura. Riusciamo a lasciare gli zaini in custodia al camping, e dopo aver imbottito gli zainetti di acqua, cibo, indumenti a maniche lunghe e repellente contro gli insetti facciamo il nostro ingresso a piè veloce lungo il sentiero principale che introduce all’immensa area archeologica di Tikal. Sono già le 17.30 e la maggior parte dei visitatori hanno già lasciato l’area, mentre gli ultimi si accingono a farlo.

Una delle peculiarità di Tikal, oltre alla straordinaria maestosità delle sue costruzioni, è il fatto che queste sono ancora completamente immerse in una giungla tra le più vergini dell’America centrale, dove pullula una fauna multiforme di uccelli, rettili, scimmie e persino giaguari. Suoni e presenze che si fanno sentire con crescente intensità, mano a mano che ci inoltriamo nel reticolo di piccoli sentieri, carichi di adrenalina ed eccitazione, e desiderosi di far perdere quanto prima le nostre tracce. Superata una curva ci spunta davanti una prima, piccola piramide, ma siamo in un altro gioco, e non c’è tempo per fermarsi ad ammirarla. L’idea è nascondersi da qualche parte lasciando passare l’orario di chiusura con le conseguenti ronde dei guardiani per poi venir fuori quatti quatti al calar del sole. Il problema è dove nascondersi. Ci sono così tante possibilità che andiamo quasi in tilt. Gorka, il ragazzo basco, vorrebbe imboscarsi nella selva profonda, noncurante dello sguardo preoccupato di Ximena, la sua ragazza, e dell’infinità di insetti che non aspettano altro che divorarci. Ho un’idea migliore.
I Maya hanno scelto questo posto per fondare uno dei più grandi gioielli della loro civiltà proprio per le peculiari caratteristiche del territorio. La presenza di numerose collinette agevolava infatti il loro progetto urbanistico, che era quello di costruire una serie di templi capaci di stagliarsi al di sopra della fitta giungla, e da lì di dominarne la vista. Prendo l’iniziativa e guido il resto del gruppo in cima ad uno di questi colli, dai quali avremmo potuto tenere sotto controllo l’area sottostante rimanendo invisibili e levandoci di dosso una buona metá degli insetti pronti a divorarci qualchemetro piú in basso. Ci sediamo in cima dando inizio alla trepidante attesa. Si comincia a controllare spasmodicamente l’ora, in attesa del fatidico scoccare delle 18, momento a partire dal quale saremo a tutti gli effetti “clandestini”.
Ad ogni rumore di una delle macchine dei guardiani in arrivo ci acquattiamo al suolo come dei guerriglieri, e più ripetiamo il gesto più guadagnamo quella sincronia indispensabile alla buona riuscita della nostra missione. C’è qualcosa di speciale in quell’intesa estemporanea nata fra dei viaggiatori che hanno scelto in pochi minuti di affidarsi l’uno all’altro per vivere insieme un’avventura estrema, un cospirare che è respirare insieme. Da quei volti schiacciati al suolo, da quei corpi confusi tra gli insetti ed il fogliame traspare una complicità unica, totale, come quella di dei bambini sul punto di fare un grosso scherzo ai grandi. Di colpo sentiamo un movimento tra le foglie, vicino ed inequivolcabilmente umano. Cerchiamo di farci ancora più invisibili ma i rumori continuano, e si fanno sempre più vicini. E’troppo tardi, siamo stati scoperti. Ci rialziamo quasi all’unisono con un misto di spavento e delusione sul volto, guardandoci introrno da tutti i lati. Non c’è nessuno che si sta arrampicando sulla collina, ma il rumore di un corpo che si muove tra le piante continua. Nessuno riesce ad ingoiare. A quel punto rivolgo lo sguardo verso l’alto e le vedo. Sono tre o quattro scimmie urlatrici, le stesse con le quali avevo intrattenuto un’intensa conversazione in Costa Rica qualche mese prima. Ci hanno scoperti, e curiose come sono si stanno avvicinando passando di ramo in ramo per vedere meglio di che si tratta. La tensione lascia immediatamente spazio alla meraviglia. Siamo soli in mezzo alla giungla che custodisce le più importanti rovine maya mai scoperte, a tu per tu con i nostri progenitori, che saltano con incredibile agilità da un ramo all’altro con un cielo rossazzurro a fargli da sfondo.
Gorka e Ximena vorrebbero rimanere nascosti fino ad essere protetti dalla completa oscurità ma quando sono ancora le 18.30 io inizio a premere per muoverci verso la gran plaza per poterci godere la prima vista delle piramidi con la luce del tramonto. Lentamente discendiamo la collina, e da lì iniziamo a muoverci in fila indiana, la schiena ricurva, con uno di noi che a turno cammina in avanscoperta a una ventina di metri dagli altri. In fondo alla strada si intravede una capanna che potrebbe dare rifugio ad un guardiano, per cui decidiamo di imboccare un sentiero secondario che costeggia una collina ripida ed estesa. Tutt’a un tratto veniamo paralizzati dal rumore di un veicolo, lontano ma non troppo. Siamo allo scoperto, in una zona dove la vegetazione non è abbastanza fitta da nasconderci e senza sapere in che direzione sia il caso di muoversi. Proseguire lungo il sentiero sarebbe una follia, siamo già troppo vicini alla gran plaza e probabilmente i guardiani stanno effettuando le ultime ronde per assicurarsi che tutti i visitatori abbiano abbandonato l’area. Ad ogni secondo che passa ci sentiamo piú in gabbia. Gli altri sembrano smarriti, paralizzati come un gatto di notte illuminato dai fari di un auto. Mi guardo intorno cercando di immaginare una via di fuga. Scelgo un punto un po’meno ripido dal quale sembra possibile arrampicarsi sul promontorio, dove saremmo al sicuro. Faccio cenno agli altri di seguirmi, ed é Nik è il primo a venirmi dietro. Cominciamo di gran lena la scalata, seguiti pochi metri più in basso dai baschi, ma giunti quasi a metà il terreno si fa tremendamente friabile, e ci ritroviamo più volte aggrappati alla stessa, unica radice, che ci salva da un’interminabile franata. Mani e piedi affondano nel terreno molliccio, tra insetti e formiche malefiche che ci riempiono di punture mentre ogni cosa sembra venire giù al nostro passaggio. Una volta in cima tiriamo fuori tutta la nostra mimica per incoraggiare Gorka e Ximena, fermi a metà, a proseguire più in fretta possibile la scalata. Quando finalmente arrivano anche loro corriamo tutti e quattro verso un muretto in pietra che sembra poterci dare rifugio. Una volta scavalcato ci ritroviamo all’interno di una vero e proprio palazzo maya, senza più il tetto ma con le murature ancora intatte a suddividere una stanza dall’altra. Giunti alla fine del corridoio centrale ci si apre davanti una vista di quelle che nessun apparato digitale potrà mai registrare così nitidamente come fece il nostro sguardo…
..continua






E poi ? Mica puoi lasciare gli amici così…in sospeso!!
In attesa come sempre di divorare i tuoi racconti, ti abbraccio
Da: Gab su settembre 24, 2009
alle 11:13 pm
Bello sapere che ci sei,
e che mi accompagni nella mia notte a Tikal.
..In attesa come sempre
di raccontare qualcosa insieme,
con immagini e parole..
Da: antonico su settembre 25, 2009
alle 3:51 pm