Di fronte ai nostri occhi spalancati ed increduli, ombreggiata dalle ultime luci del tramonto, la Gran Plaza di Tikal, cuore del mondo Maya.
Le due imperiose piramidi che la delimitano si guardano, e così ci guardiamo anche noi, faccia a faccia, estasiati ed attoniti come fossimo i primi uomini moderni a ritrovarcela davanti.
A turno apriamo la bocca, ma non escono parole.
Non sembra esserci nessuno a guardia della piazza, ma decidiamo di concederci un po’di riposo nella nostra nuova residenza maya in attesa della completa oscurità.
E’ il luogo ideale per fare base, perchè ci rende completamente invisibili e allo stesso tempo ci permette di avere una panoramica completa della piazza. La osserviamo a lungo, godendoci le ultime trasformazioni del giorno in notte e cercando di scorgere la presenza di eventuali guardiani. Quando ormai abbiamo la certezza di essere gli unici esseri umani in circolazione decidiamo di muoverci verso la più alta delle due piramidi, il Tempio del Gran Giaguaro. Scendiamo dal nostro palazzo lungo ripidi e stretti scalini e dopo pochi passi ci ritroviamo alla base della piramide, che si staglia immensa e verticale sopra le nostre teste. Rimaniamo ad ammirarla a testa insù fin quando il collo non fa male. Un’onirica e matematica scalinata che sale dritta dritta verso un mondo di stelle.
Sapevo che la salita al tempio era stata chiusa alcuni anni prima in seguito alla morte di diversi visitatori precipitati dall’alto dei suoi 55 metri, ma decido di tenere per me l’informazione. Ignoro con nonchalanche il cartello che informa del divieto e mi inerpico lungo gli enormi e logori scaloni. Ogni scalone sembra più grande di quello precedente e dopo poco comincio istintivamente a salirli a quattro zampe, adottando la tecnica e le movenze che furono degli abitanti dell’antica Tikal. Una volta arrivato in cima faccio un lunghissimo respiro e mi volto. Lo spettacolo che mi appare davanti segna i limiti del linguaggio. Quando arrivano anche gli altri ci regaliamo un abbraccio collettivo, giocondo e saltellante. Poi cadiamo in un lungo silenzio contemplativo, per un tempo che é un altro tempo. Tutt’intorno Tikal, la gloriosa perla della civiltà maya, totalmente intatta, viva, come fossimo caduti in un buco spazio temporale ritrovandoci 2000 anni prima in una delle notti stellate che propiziarono le mirabili scoperte astronomiche di questo popolo.
Nik, Gorka e Ximena sembrano appagati, io ancora no. Inizio ad aggirarmi frenetico attorno alla piramide, osservandone con sgomento i lati che scendono giù a precipizio, poi ritorno dagli altri, ma non riesco a rimettermi seduto. Gli faccio notare che sarebbe meglio passare la notte in cima ad un tempio aperto al pubblico, in modo da alleggerire la nostra posizione nel caso venissimo scoperti, e con questo pretesto li convinco a muoverci verso il Tempio della Luna, che campeggia al lato opposto della piazza. La discesa regala scene da thriller alpinistico. Gli scaloni sono ripidissimi, tanto che in caso di caduta sarebbe impossibile frenare una fatale scivolata fino in fondo. La scarsa luce non lascia vedere ad un palmo dal naso, per cui è necessario tastare ogni gradone prima di appoggiarvici tutto il peso. Sembra di venir giù da una montagna. Gli altri scendono di culo mentre io preferisco andare in obliquo. Dopo dieci minuti siamo ancora a un terzo del cammino, con un buon centinaio di gradoni che rimangono da scendere.
Quando arriviamo giù abbiamo tutti dieci kili di meno e dieci anni di più.
Attraversiamo la piazza contornata di stele e di altari sacrificali con una cautela ormai dovuta più al rispetto per chi un tempo la abitó che alla paura di essere scoperti. Poi iniziamo la scalata alla seconda piramide, leggermente più bassa e dalla pianta più larga della prima, con gradoni più grandi ma decisamente meno ripidi e consumati. Una volta arrivati in vetta ci sediamo sul patio antistante all’ingresso del tempio, ignari di aver scelto la migliore delle postazioni per ammirare lo spettacolo che sarebbe andato in scena di lì a poco. Appena il tempo di finire i nostri panini che da dietro il Tempio del Gran Giaguaro, dove eravamo poco prima, inizia ad emergere un bagliore crescente. Poco a poco la forma del tempio assume maggiore definizione, fino a quando alle sue spalle spunta una grande e generosa luna, che illumina di un mistico bianco la Gran Plaza e ricalca i contorni della sterminata giungla che la custodisce. Tutto cambia, come se fino a quel momento ci fossimo aggirati nella penombra d’un museo e tutt’a un tratto qualcuno avesse acceso le luci giuste, quelle che illuminano soltanto le opere. Il momento é da celebrare, in religioso silenzio, aspirando lentamente la cima delle cime.
Gli altri rimangono distesi, appagati, e hanno tutta l’aria di chi sta per addormentarsi, mentre io mi alzo in piedi carico di energia lunare e smanioso di esplorare una Tikal tutta per me. E’un’occasione di quelle che non capitano tutti i giorni, quella di aggirarsi solitario ed indisturbato per una città maya sepolta nella giungla, con tanto di luna ad illuminarti il cammino. Quasi non mi dispiace che gli altri rimangano lì, quel che voglio adesso è confrontarmi da solo, high, a tu per tu con questo mondo. Perciò, senza fare nessun proclama, inizio dapprima ad aggirarmi attorno al tempio e poi, da delle scale di legno secondarie poste su uno dei due lati scendo giù fino a ritrovarmi di nuovo nella Gran Plaza.
Non so come spiegarlo. C’è un legame misterioso ed indissolubile fra la solitudine e la profondità dell’esperienza. Da solo, al centro di quella piazza, ho cominciato davvero a sentire, lontano dall’euforia del gruppo, tutta l’energia di cui è carico un luogo come Tikal, sublime fusione di natura e cultura ai loro massimi livelli.
Forse, immerso nella mia trance estatica, non l’ho sentita fin quando non era già molto vicina. Forse andava davvero veloce. Fatto sta che in men che non si dica una macchina sbuca dall’angolo opposto della piazza e si dirige dritta verso di me, i fari spaventosi come gli occhi di un mostro. E’ un fulmineo passaggio dal più magico dei sogni al più tremendo degli incubi. Faccio appena in tempo a correre verso il tempio e ad acquattarmi nel primo angolo alla destra della scalinata centrale. Da lì non vedo ma sento. La macchina si ferma e si aprono due degli sportelli.
Sento i guardiani che parlano convulsamente senza riuscire a capire quel che dicono. Poi accendono delle grandi torce e cominciano ad illuminare con frenesia tutt’intorno. Non posso muovermi di lì e fuggire verso il retro dell’edificio perchè entrerei nel loro campo visuale. Un minuto prima mi sentivo il più libero degli uomini. Ora mi sento spacciato. Cerco di decidere se una volta scoperto sia meglio scappare o arrendermi, ma l’adrenalina mi blocca i pensieri. Dal modo in cui sono piombati qui è chiaro che stanno cercando qualcuno, e mi aspetto che da un momento all’altro facciano il giro dell’edificio per venirmi a stanare. Gli altri sono lassù, invisibili, e certamente stanno osservando tutta la scena. Dopo alcuni infiniti minuti i guardiani risalgono in macchina. Io non mi sono mosso di un centimetro. Ora faranno il giro della piramide, illuminando tutto con gli abbaglianti dell’auto. Non ho scampo. O forse sì. Devo solo sperare che non comincino dal mio lato.
E così è.
L’auto ingrana veloce verso il lato opposto al mio, ed io non trovo nulla di meglio da fare che corrergli dietro, all’inseguimento di chi mi insegue.
Giunta sul versante opposto a quello della piazza la macchina si ferma un’altra volta. E’ un’occasione da non perdere. Attraverso di gran carriera tutta la piazza fino a raggiungere una coppia di stele nascoste all’ombra del Gran Giaguaro, dietro le quali riprendo fiato. Da lì, lentamente, guadagno l’uscita dalla piazza e mi nascondo tra la vegetazione, ormai al riparo dalle potenti torce dei guardiani. Rimango immobile, con addosso il terrore del clandestino, e impiego i primi dieci minuti soltanto per riuscire a riprendere una respirazione regolare. La mia presenza però non sfugge alle miriadi di insetti della giungla, zanzare su tutti, che più passa il tempo più crescono in numero e aggressività. Decido di muovermi e di riguadagnare la vetta della piramide per ricongiungermi con gli altri. Comincio a camminare costeggiando il lato destro della piazza, attraversando rapidamente gli spazi illuminati dalla luna per poi accovaccciarmi e tornare a scomparire nelle zone d’ombra. Il panico che ho ancora addosso inizia a giocarmi brutti scherzi. In ogni minimo rumore, in ogni riflesso di luce sono convinto di scorgere la presenza di un guardiano.
Sono sfuggito alla fulminea retata, non posso cadere adesso. Mi sdraio sull’erba, supino e con i gomiti schiacciati a terra come un soldatino, e ci rimango fino ad essere sicuro che nella piazza non ci sia nessuno. A quel punto raggiungo la base della piramide, faccio un grande respiro e comincio a scalarne i gradoni a gran velocità. I miei movimenti devono apparire goffi e la mia sagoma insignificante rispetto al gigantesco capolavoro architettonico che gli fa da sfondo. Arrivare in cima è rassicurante e piacevole como il ritorno a casa dopo un brutto incontro tra le vie del quartiere. Gli altri sono ancora lì, sdraiati dietro l’ultima flia di gradini, schiacciati contro l’antiestetica grata che impedisce l’accesso all’interno del tempio.
Accolgono il mio arrivo con un’espressione di sollievo e seguita da una di grande curiositá.
Iniziamo a ricostruire l’accaduto confrontando i diversi punti di vista, il loro dagli spalti, il mio dal centro dell’arena. Arriviamo al momento in cui la macchina ha fatto il giro della piramide, e mentre tra maschi ci esaltiamo rievocando la mia manovra di aggiramento Ximena ci interrompe.
Non vi siete resi conto che l’auto, dopo essersi fermata alle spalle della piramide,non è più ripartita? – ci domanda con occhi grandi e preoccupati. – E’vero – le fa eco Nik – meglio dare un’occhiata. In quel momento mi rendo conto che qualcosa é cambiato nel profondo del mio fido compare danese. Del timore e della prudenza con cui aveva mosso i suoi primi passi qui a Tikal non vi è ormai più alcuna traccia. Ora Nik sembra un altro, intrepido e carico di adrenalina, quasi smanioso di affrontare i rischi della situazione in cui ci ritroviamo. Quando si muove dal gigantesco blocco di pietra su cui era accovacciato mi accorgo che stringe nel pugno destro il machete che portiamo sempre con noi nella giungla. Visto cosí, mentre si muove con passi silenti e misurati, mentre il chiaro di luna proietta la sua sagoma sulla piramide, sembra davvero un antico guerriero maya. Lo seguo a pochi passi di distanza, fino a girare l’angolo che dá al lato opposto della piramide. La vista non è delle migliori. Ci sono tre guardie che camminano nella boscaglia torce alla mano, e vengono verso di noi. Faccio ripetuti ed agitati cenni a Nik per dirgli di muoverci e tornare dagli altri, ma lui rimane lí immobile, all’ombra della piramide, osservandoli con aria di sfida.
Spazientito gli passo davanti e continuo a camminare fino a girare l’altro angolo, con l’idea di tornare al punto di partenza facendo un giro completo. Lui mi viene subito dietro. Poi mi blocca mettendomi una mano sulla spalla. Sotto di noi la tortuosa scalinata di legno da cui ero sceso da solo poco prima. Nell’aria l’inconfondibile suono di quattro paia di stivali che la risalgono.
Mi volto e i nostri sguardi si incontrano, raggelati.
..continua






Mi sembra di leggere il mio romanzo preferito, quello che mi appassiona tanto e che leggo con voracità, lo stesso che vorrei non finisse mai.
Il racconto ha la stessa magia del dolce al cioccolato, lo gusti intensamente ad ogni boccone e speri che ci sia un’altra fetta in frigo, pronta per essere gustata l’indomani.
Good vibrations
Da: Solaria su settembre 25, 2009
alle 10:32 am
Ho guardato bene nel frigo, e finalmente è spuntata fuori un’altra fetta, l’ULTIMA!
E ovviamente ti spetta di diritto
Da: antonico su ottobre 10, 2009
alle 1:13 am
Ricordo lo spirito guerriero di nick urlare al mare in tempesta sul ciglio di una scogliera…questo non mi aiuta certo a placare la mia impazienza!
continua continua!
Da: Gab su settembre 27, 2009
alle 9:05 pm
daje anto!
qua ormai hai una fila d’affamati d’avventura che aspettano il prossimo capitolo!
hai delle grosse responsabilita’!
mi metto dietro Gab e urlo:
continua continua!
Da: duende su ottobre 7, 2009
alle 1:15 pm
E che fila Fab! Gente di bocca buona, spero di riuscire a soddisfarvi con le mie ricette centroamericane!
Non volevo lasciarvi in sospeso, ma la vita per un po’ ha preso il sopravvento ed ho voluto aspettare di avere un momento tranquillo per finire di raccontare la storia come si deve.
Domani sarà sul blog,
poi vi faccio arrivare il conto in euro!
te me cuidas mucho duende,
y cuidado que en una de esas voy a aparecer en el bosque pa’agarrarte!
Da: antonico su ottobre 10, 2009
alle 1:11 am
Semplicemente spettacolare! Cazzo Antò ma tu devi fare lo scrittore, altro che ambasciate
Non mi piace tanto leggere sul monitor, ma penso che se avessi continuato avrei passato ancora del tempo incollato in questo ozioso pomeriggio romano…saluti da Torpigna, in fondo anch’io quaggiù sono lo straniero !
Da: Capitan Elio su ottobre 10, 2009
alle 3:47 pm
Grande capitano, sono contento di aver trovato spazio nel tuo ozio!
Se vuoi puoi approfittare di questo week-end senza campionato per leggerti il finale.. Magari enl pomeriggio ozioso per eccellenza, quello della domenica!
saluti alla Torpigna biancorossa!
Da: antonico su ottobre 10, 2009
alle 10:21 pm